Omicidio Rombaldi: il processo «Incontrai l’assassino, ma non so chi è»

di Tiziano Soresina

Sofferta testimonianza dell’avvocato Cataliotti. Non ricorda chi gli parlò in studio del delitto: «Fontanesi? Non lo conosco»

«Mi avvalgo del segreto professionale». Ha esordito così ieri mattina l’avvocato penalista Carmelo Cataliotti, 79 anni, seduto davanti all’Assise negli inediti panni di testimone. La sua è una testimonianza che scotta, “trascinato” com’è in questo delicato processo per l’omicidio del chirurgo Carlo Romaldi, in seguito a quanto da lui raccontato (anche a due giornalisti) su un incontro professionale che ebbe negli Novanta relativo proprio a quel delitto che vede come unico imputato l’ex vigile Pietro Fontanesi. Ma dopo un’oretta buona di “scintille” fra le parti in causa, la Corte (tramite il presidente Francesco Caruso) fa saltare il segreto professionale ritenendolo – sul punto – già violato da Cataliotti «che ha rilasciato due interviste, fornendo informazioni pubbliche rilevanti per il processo». E’ l’inizio di un interrogatorio sofferto, perché il noto penalista ha ricordi confusi e, pallidissimo, si irrita più volte, arrivando a tuonare in aula sotto gli occhi sempre più preoccupati dei suoi figli Liborio e Cristina che l’hanno raggiunto in Assise: «Faccio l’avvocato da cinquant’anni e non si può arrivare alla verità tramite la mia credibilità professionale!». Sollecitato per lo più dalle domande del pm Maria Rita Pantani e degli avvocati difensori Giancarlo e Giovanni Tarquini, l’anziano penalista di cose ne ha comunque dette. Tutto ruota su un incontro avuto da Cataliotti con due persone che gli parlarono di un’arma o di bossoli (non l’ha saputo precisare, ndr) legati al delitto di Rombaldi e che erano stati sequestrati nonché inviati a Roma per accertamenti. «Li incontrai nel 1994 o nel 1995 – ha rimarcato – perché l’ha ricostruito la mia segretaria, dicendomi che eravamo da poco entrati nel nuovo studio. Uno dei due poteva essere l’assassino del povero Rombaldi, ma non ho mai saputo chi erano quei due, perché gli dissi di tornare con gli atti relativi al sequestro e di fare il mio nome come legale di fiducia nel caso li volessero interrogare. Ma non gli feci firmare il mandato per l’incarico e loro non tornarono più in studio». Ma uno dei due uomini era Fontanesi? «Non so chi fossero quei due, Fontanesi non lo conosco – dice il penalista guardando l’imputato – ricordo solo che erano preoccupati, mi parlarono dell’omicidio Rombaldi e di un motivo importante che c’era sotto, ma non ebbi fiducia in loro. Non ricordo se fosse venuto il proprietario dell’arma o se erano al corrente di chi l’aveva». Ma il pm Pantani e l’avvocato Tarquini gli contestano d’aver detto cose diverse al pm Valentina Salvi e al dirigente della Mobile Domenico De Iesu («La persona che venne in studio era Fontanesi: ammise che l’arma del delitto era la sua») nonché a Patrizia Fontanesi, figlia dell’imputato («State tranquilli che verrà assolto, io so chi è il vero assassino»). Cataliotti, incalzato, risponde così: «Se avessi avuto la certezza dell’innocenza di Fontanesi mi sarei presentato spontaneamente come fece il mio maestro Pisapia, ma non sono mai arrivato alla verità, lo vivo come un malessere.Se l’assassino è quello che venne da me, non so rintracciarlo». Sia il pm che gli avvocati di parte civile Enrico Della Capanna e Gianni Franzoni a quel punto chiederanno in due momenti diversi che vengano sentiti, come testimoni indiretti, sia il pm Salvi che il dirigente della Mobile: in prima battuta la Corte respinge la richiesta, poi prenderà tempo facendo slittare la decisione al 14 ottobre.