Tre anni per vendere il Seminario

di Massimo Sesena

Staccate luce e acqua a due terzi dello stabile, mentre la Diocesi è alla ricerca di un compratore

REGGIO EMILIA. Un primo passo, drastico, è stato compiuto già nelle scorse settimane: due terzi del Seminario vescovile di viale Timavo sono senza luce, senza acqua e senza riscaldamento. Una misura presa per evitare che ai debiti già consolidati si aggiungano costi non più sostenibili.

Invero, il seminario di viale Timavo costituisce da tempo il “cuore” del piano di rientro dei debiti della Curia: su quell’immobile, voluto alla fine degli anni 40 dal vescovo Beniamino Socche e realizzato con criteri di alta architettura dallo studio Manfredini (lo stesso che qualche anno dopo avrebbe progettato il Santa Maria Nuova), si puntano le speranze del vescovo di oggi, Massimo Camisasca, di rimettere in sesto le malmesse finanze della Diocesi.

La dismissione di immobili costituisce il capitolo più importante di questo piano di rientro e la dismissione del Seminario di viale Timavo è la parte di questo capitolo su cui tutta la Curia reggiana ripone le principali aspettative. E questo perché se è vero che il patrimonio immobiliare della Curia reggiana è di quelli imponenti, è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi si tratta di strutture, case e canoniche in giro per tutta la provincia che per essere poste in vendita necessiterebbero oggi di importanti opere di restauro e riqualificazione. Opere che oggi la Diocesi non è in grado di sostenere economicamente.

Discorso diverso è invece quello del Seminario, un grande palazzo che oggi ospita poche decine di persone ma che un tempo - quando le vocazioni non erano in crisi come oggi e il seminario era una sorta di percorso didattico anche per chi non aveva i mezzi per far studiare i propri figli - era occupato in tutti i suoi piani.

L’immobile ha un indubbio valore storico e architettonico, ma anche alla luce della crisi che attraversa il mercato dell’edilizia, è oggi un bene difficile da collocare. Per le sue dimensioni, certo, e anche per la sua vocazione.

Su questo punto, il vescovo Camisasca è irremovibile: dobbiamo venderlo - dice - e venderlo al meglio, anche tenendo conto della sua storia. Quell’edificio è nato con uno scopo ed è stato reso possibile grazie ai sacrifici di una comunità che ha creduto in quel fine.

Tradotto: alla necessità di vendere al miglior offerente quell’immobile, si unisce il dovere morale di far sì che tra quelle mura non trovi spazio qualcosa che possa essere in conflitto netto con gli ideali cristiani. Una sfida, dunque, con tanto di obiettivi e tempi.

Già, perché da un lato - sul fronte economico - la Diocesi punta a utilizzare ciò che arriverà dalla “congrua” vendita del Seminario per ripianare gran parte del debito strutturale; dall’altro la vendita non dovrà avere tempi biblici: il vescovo Camisasca ha fissato una sorta di dead line che punta alla dismissione dell’immobile nell’arco di due-tre anni al massimo. Anche per evitare che l’ala oggi abbandonata del Seminario cada in degrado.

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