Ndrangheta a Reggio Emilia, Bini: «Ora guardiamo dentro al Catasto»

di Paolo Cagnan

Il sindaco antimafia: «C’era la crisi, ma compravano le aree a peso d’oro. Sono girati troppi soldi, è tempo di fare i conti con il passato»

REGGIO EMILIA. Enrico Bini, sindaco di Castelnovo Monti, sa bene cosa sia la 'ndrangheta. L'ha vista in faccia, l'ha combattuta quando non tutti, ma molti, gli davano dell’esagitato in cerca di visibilità personale.

Ha conosciuto bene anche l'Aier, di cui abbiamo ampiamente scritto nei giorni scorsi: in quegli anni, era presidente della Camera di commercio (dal dicembre del 2008 al gennaio del 2014) e per sei mesi anche presidente della Cna reggiana.

Bini, lei che ricordi ha sull’Aier?

«Poco dopo la sua fondazione, ad un convegno all’università, dissi che era sbagliato costituire un'associazione di categoria su basi etniche. Dissi proprio così, e lì scoppio un vespaio. In molti non capivano perché avevo detto quella cosa. E' che proprio non mi convinceva».

Che cosa esattamente?

«Erano tutti imprenditori cutresi impegnati nell'edilizia, molti con grandi disponibilità economiche e un potere economico non chiaro. Non mi convincevano proprio. Mentre le nostre imprese chiudevano per via della crisi, questi compravano terreni e facevano investimenti con somme elevate. Non capivo la differenza, o forse la capivo fin troppo bene. Il mercato era già nelle loro mani».

Lei all'epoca era presidente della Camera di commercio e per sei mesi anche della Cna. Un doppio ruolo importante, però questo non le impedì di ritrovarsi isolato.

«La mia elezione in Camera di Commercio non era stata unitaria, si era verificata una spaccatura interna. Forse anche per questo, mi giunse voce che l'Aier stava pensando di organizzare una manifestazione contro di me, per mandarmi a casa. Per fortuna restarono isolati, non ebbero credito».

Poi le incontrò Rizzo…

«Sì, c'era stata la bomba di via Caliceti (8 maggio 2010, ndr) seguita da una manifestazione di piazza contro le mafie. Fu Delrio a farci dare la mano».

Come andò la cosa?

«Eravamo sotto il portico del Comune. Lui era con Rizzo, io poco distante. Il sindaco mi chiamò e me lo presentò chiedendoci di darci la mano. Un gesto che non ho mai gradito, ma non me la sono sentita di rifiutarmi. Il giorno dopo, scrissero che io e Rizzo avevamo fatto pace».

Quando la 'ndrangheta cercava di vendere case al sindaco Delrio

E sulla proposta dell'Aier a Delrio di comprare l'invenduto?

«Non era proprio giustificata».

Perché saltò?

«Perché molti altri avrebbero potuto rivendicare la stessa cosa, credo che all'epoca ci fossero qualcosa come ottomila appartamenti invenduti. Tutti stavano fronteggiando la crisi, anche come Cna intervenimmo dicendo che quell'operazione era inconcepibile».

E quell'annuncio di Rizzo sul Sole 24 Ore a tre soli giorni dal voto del 2009? A noi fa l'effetto di un avvertimento pre-elettorale a Delrio.

«Anche a me ha fatto quell’effetto. Hanno i loro metodi, e sono quelli. Sono persone da tenere alla larga, l'ho visto anche nel settore dell'autotrasporto: se gli molli qualcosa, poi finisci nelle loro mani».

E poi fu la volta di Marco Gibertini e del suo Pokeballe su Telereggio…

«Sì, invitò in trasmissione Antonio Gualtieri, e fece una trasmissione tutta contro di me. Sembrava un matto, Gualtieri ma nessuno si scandalizzò per questo. All'epoca, questo personaggi godevano ancora di un certo credito».

Quella trasmissione è finita agli atti di Aemilia. Per i giudici, faceva parte di una precisa strategia della cosca, screditare gli avversari. Lei la vide in diretta?

«No, mi telefonò un amico per dirmi cosa stava succedendo. Pensai che Telereggio la sospendesse, vista la piega che stava prendendo. Ma così non fu. Poi, si è capito cosa c'era dietro».

In realtà, da Gibertini era andato anche lei…

«Sì, la settimana prima o quella prima ancora. Ero andato a parlare di legalità e del lavoro che in questo senso stavamo facendo in Camera di Commercio. Scarso interesse, chiamò solo una signora».

Riuscirono a delegittimarla?

«Di sicuro ci provarono in tutti i modi. Poco dopo iniziarono a girare strane voci, che i calabresi mi regalavano Rolex e bustarelle. So per certo che proveniva dall'Aier, quel fango».

Per accreditarsi nel mondo politico ed economico ma anche di fronte alla città, il salvataggio della Reggiana nel 2005 fu un passo importante.

«Assolutamente. Era quello il metodo che usavano, presentarsi come i salvatori di situazioni di crisi. Io lo dissi, all'epoca, che qualcosa non quadrava. Non era chiara, quell'operazione. Ripeto, è il loro metodo di affermarsi sul territorio: arrivano i benefattori con i soldi, a sistemare i nostri problemi».

Rizzo poi l'ha rivisto altre volte?

«No, dopo quella situazione non abbiamo più avuto modo d'incontrarci. Nel frattempo, giravano le calunnie su di me».

Le mani sulla città: così la 'ndrangheta ha cementificato Reggio Emilia

Che impressione le ha fatto la nostra ricostruzione di quegli anni?

«L'ho trovata molto precisa, dà il senso di quello che è avvenuto. Manca un passaggio, però»

Quale?

«Andare a vedere dentro l'Ufficio catasto di Reggio Emilia, forse lì si riesce a capire qualcos'altro. Ad esempio, chi ha comprato e venduto le aree negli anni in cui i prezzi erano inaccessibili per altri operatori, ma non per loro. Semplicemente, le strapagavano: i soldi non sono mai stati un problema. Il Catasto è forse l'unico posto dove si possono trovare delle tracce. Ma non è finita, no».

La 'ndrangheta ha sfruttato il ventre molle della società reggiana nel suo insieme o ha fatto sistema?

«Io credo la prima. Noi lanciavamo allarmi, ci veniva risposto che non era vero. Eravamo convinti di essere al di sopra. Ma questi, con qualcuno gli affari li hanno fatti e pianificati, gli anelli di collegamento con Reggio e altre province c'erano, eccome».

E adesso?

«Dopo tutto quello che successo, per aprire una nuova fase bisogna fare i conti con quello successo. Ma sul serio. Altrimenti, ogni volta poi salta fuori qualcosa di nuovo. Bisogna che tutti siano d'accordo a tirare fuori le cose. Sono girati troppi soldi qui. Troppi scambi, troppi affari che hanno anche piegato questa società, perché più d'uno ce ne ha rimessi a causa loro. Sinceramente, non so se ci sia questa voglia. Io confido nella magistratura, certo che aspettare un anno e mezzo per chiedere le dimissioni di Coffrini da sindaco dà il senso della volontà di coprire e tenere tutto sottotraccia, sperando che la cosa rimanga lì».

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