Mercato settimanale, il mondo racchiuso in quattro piazze

di Leonardo Grilli

REGGIO EMILIA. Circa metà delle bancarelle degli ambulanti del martedì e venerdì sono intestate a stranieri. Fra prodotti cinesi, vestiti a un euro e merce scadente

REGGIO EMILIA. Se le piazze sono espressione della vita sociale di una città i mercati, che su questi spazi vivono e crescono, sono il simbolo della sua economia. Quella più popolare, mossa "dal basso", quella dei prezzi urlati da una bancarella all'altra e delle "rezdore" che contrattano con i contadini per strappare il prezzo migliore.

Ma anche occasione per scovare piccoli tesori, sfogliare pagine ingiallite di vecchi diari presi da chissà quale cantina e acquistare del buon artigianato tessile nostrano. O almeno, questa è l'idea un po' stereotipata e nostalgica che tutti noi abbiamo del mercato.

E che oggi si deve scontrare con una desolante realtà, quella che si manifesta girando per le vie del centro storico il martedì e il venerdì. E che mette in mostra magliette a un euro, gadget di origine cinese, vestiti usati non sempre spacciati per tali, trucchi sfusi e rovinati e tessuti che di naturale conservano molto poco.

Le quattro teste del commercio ambulante reggiano, Piazza Fontanesi, piazza Prampolini, piazza San Prospero e piazza Martiri del 7 luglio, ormai parlano cinese o bengali. Fatto salvo per poche eccezioni infatti, le bancarelle sono popolate per lo più da cittadini stranieri. Secondo i dati del Comune sono 474 le concessioni date ai commercianti per il centro cittadino, di cui 203 ottenute da non italiani.

Numero di per sé già molto alto ma che aumenta di parecchio se alla conta aggiungiamo anche i dipendenti. Quasi tutti provenienti da altri paesi. E così il dialetto reggiano si mischia con le lingue più diverse e le quattro piazze diventano sinonimo dei quattro angoli del mondo. In una sorta di sincretismo culturale che rende Reggio Emilia più cosmopolita che mai senza però arricchire l'offerta delle bancarelle.

Anzi la qualità è molto calata, standardizzandosi drammaticamente attorno al format "tutto a un euro". Ma se costa un euro, probabilmente lo vale anche. Questa offerta al ribasso ha segnato anche la graduale scomparsa dei centrini fatti a mano, delle tovaglie di pizzo, del cachemire, dell'enogastronomia delle nostre terre. Girando per le bancarelle e scrutando sulle etichette il "made" è quasi sempre seguito da "China, Pakistan e Vietnam". O dalla sigla Prc, escamotage inventato per evitare quel nome collettivamente inteso come simbolo di bassa qualità ma che in realtà non vuol dir altro che "Popular Republic of China".

E anche dove è indicata a grandi lettere la toponomastica italiana capita che dietro vi si celi l'inghippo. Ad esempio a ben guardare si scopre che Firenze indica solo la sede della ditta che si occupa di importare il prodotto dall'estero. Tutto questo fenomeno di trasformazione "economico-culturale" è certo colpa della crisi che ha messo in ginocchio i piccoli commercianti ma anche dell'avanzare di una certa mentalità che preferisce il basso costo a tutti i costi.

E purtroppo non possiamo non dar ragione a quel giornalista del Financial Times che due anni fa descriveva così la nostra città: «A Reggio si è passati dal comunismo al disincanto. Una crisi finisce, mentre in Italia assistiamo a un declino come quasi in nessun altro paese sviluppato dal 1945 ad oggi». Ipse dixit.