Giacomo Scillia: «Ho una nuova vita senza il peso della politica»

di Chiara Cabassa

Reggio Emilia, dopo l’infarto la figura storica di Confesercenti ha abbandonato i ruoli pubblici ma non ha rimpianti: «Sono entrato nel club degli ex e non è niente male»

REGGIO EMILIA. «Purtroppo, sono quasi sempre gli eventi traumatici a farti dire basta. E a cambiare pagina». Lo sa bene Giacomo Scillia, 58 anni, da trenta nella Confesercenti dove ha ricoperto i ruoli più diversi, senza dimenticare l’impegno politico e quello sociale. Ma da un mese Scillia ha abbandonato impegni ufficiali, ruoli pubblici, sedie e poltrone, per iniziare una nuova vita. «Ora sono entrato nel club degli ex, e non è niente male».

Scillia, una decisione sofferta?

«Diciamo che sono stato favorito, in quella che io definisco una scelta di vita, da episodi... impegnativi. Un anno fa sono stato colpito da un infarto e mi sono stati applicati tre stent, un’alternativa meno invasiva rispetto all'impianto di by-pass.

Dopo soli sei mesi ho avuto un rigetto violento, caso raro mi è stato detto, e i medici hanno dovuto applicarmi tre by pass. Un’esperienza sconvolgente dal punto di vista fisico ma non solo che mi ha portato a rivedere le priorità e mettere in secondo piano il lavoro».

Nessuna paura di scomparire dalla scena?

«Nel nostro ambiente ci sono tante persone che continuano ad aggrapparsi fino alla fine a quello che è stato il loro ruolo pubblico soffrendo la mancanza del palcoscenico. Per me è diverso. La recita, in realtà, mi è sempre costata molto.

Da un lato non bisogna dimenticare che sono un siciliano di natura indolente e ho sempre mantenuto una zona d’ombra dove ogni tanto mi rifugiavo. Dall’altro ho sempre avuto molti interessi culturali e tante passioni: amo scrivere, per esempio, e ora lo potrò fare con maggiore libertà».

Di questa nuova vita cosa ha imparato ad assaporare?

«Anche il caffè del mattino, adesso, mi sembra un privilegio. Apprezzo tanti gesti quotidiani che magari ho sempre dato per scontati. Il fatto è che tutti noi, in fondo, ci comportiamo praticamente come fossimo immortali.

Solo quando ti capita qualcosa di drammatico, che ti fa capire come davanti a te non ci sia più un tempo infinito, ti rendi conto come si possa e debba voltare pagina. Se penso a quanti anni ho passato oberato dagli impegni, sempre di corsa, senza mai fermarmi, come se fosse questo l’unico modo di affrontare la vita, mi rendo conto di quante cose ho perso di vista».

Insomma, nessun rimpianto quindi?

«Assolutamente no. Anche perché non ho nessuna intenzione di vestire i panni del pensionato depresso e annoiato. Ho sempre operato nel sociale e ora, frequentando il centro sociale Quaresimo di cui sono presidente ma anche luoghi come il Catomes Tot, sto scoprendo un’umanità meravigliosa. Come membro ufficiale del club degli ex, ho tanti amici con i quali passo giornate tutto meno che noiose. Senza dimenticare l’associazione “I negozi di Porta via Emilia San Pietro” nella quale continuo a impegnarmi perché credo profondamente a questa esperienza».

La sua, del resto, è stata una vita all’insegna dell’impegno...

«Già da ragazzo ero nel Movimento Studentesco e a 18 anni mi sono iscritto al Psi: a Villa Seta, eravamo solo in due tesserati. Dopo qualche anno alle Reggiane sono entrato nella Federazione lavoratori metalmeccanici: sono stati bei momenti, il sindacato era unito e la sinistra lavorava per i lavoratori.

A 28 anni sono entrato in Confesercenti dove ho passato l’intera vita professionale seguendo tutte quante le categorie fino a diventare segretario generale aggiunto. Politicamente, dopo l’esperienza nel Psi, ho assistito alla genesi dell’Idv a cui ho aderito per non più di un anno. Ho creduto nel Centro Democratico di cui sono stato segretario provinciale: ben presto mi sono dimesso perché, nonostante fosse un piccolo partito, si era già rivelato fortemente inquinato. Ora sono fuori dalla politica, preferisco gli incontri tra intellettuali. Non ci sono più le condizioni per fare politica: i tempi sono cambiati, non mi piacciono ma ne prendo atto».

Ha combattuto diverse battaglie. Di quali va particolarmente orgoglioso?

«Contestai fortemente la prima fase della liberalizzazione voluta da Bersani e il tempo mi ha dato ragione: il commercio è morto.

Un’altra battaglia di cui vado particolarmente fiero è quella combattuta contro la costruzione dei Petali: è stato un colpo mortale per il centro storico così come l’intero Prg dell’era Malagoli. Andando oltre, quindici anni fa denunciai la presenza a Reggio di infiltrazioni mafiose.

Fui fortemente redarguito dai politici di allora, peccato che quattro anni fa mi trovai a fare convegni e incontri proprio sulle infiltrazioni mafiose. Il fatto è che qui la malavita ormai si è insidiata e non la sradicherà più nessuno. Un ultimo motivo d’orgoglio è il fatto di avere inventato le feste in centro storico a partire dal Prosperino che ha fatto da apripista ad altri appuntamenti oggi consolidati: questi mercati di certo non risolvono il problema del centro storico ma hanno una loro funzione. Quanto al centro storico, d’altra parte, la sua sorte è stata decisa quando è stato perso l’appuntamento con la pedonalizzazione che avrebbe concesso qualche chance in più».

Eppure, in un centro storico sempre più in difficoltà, con il commercio che continua a non dare segnali di ripresa, Giacomo Scillia si appresta a vivere la sua nuova vita. Senza impegni istituzionali ma non per questo senza la voglia di condividere la quotidianità della sua e della nostra città.

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