Duecento toghe a commemorare l'avvocato Romano Corsi

di Ambra Prati

Reggio Emilia: penalisti e civilisti omaggiano il principe del Foro, tra lacrime e un minuto di silenzio, come quando il legale morto a 75 anni prendeva la parola in aula

REGGIO EMILIA. Quasi duecento avvocati – sia penalisti sia civilisti –, tutti in piedi, in toga, a commemorare l’illustre collega. Un’aula stracolma di mantelli neri, che hanno osservato un minuto di silenzio, il medesimo silenzio che regnava quando prendeva la parola lui, Romano Corsi, il principe del foro scomparso giovedì scorso all’età di 75 anni all’ospedale di Baggiovara, dov’era ricoverato in seguito a un’ischemia che lo aveva colpito in agosto.

Le toghe reggiane ricordano il principe del foro Romano Corsi

È stata una cerimonia plenaria e commovente quella che si è svolta nell’aula bunker del maxiprocesso Aemilia, voluta dalle istituzioni per commemorare “l’avvocato” con la “A” maiuscola, un esponente di quella generazione di toghe di cui s’è perso lo stampo. In prima fila la figlia Francesca Corsi, anch’essa togata, che al termine ha stretto la mano, intenerita, a Caruso.

Il primo a prendere la parola, alle 9, è stato il presidente del Tribunale Francesco Maria Caruso, che ha parlato a braccio ricordando come Corsi sia stato «un esempio per l’avvocatura», «un professionista che catturava l’attenzione»; dotato di un eloquio non solo di sommo livello retorico, ma anche di fine disquisizione tecnica, tanto che «il suo modo di esporre le tesi difensive obbligava i giudici a seguirlo: poche volte nella vita un giudice ha la sorte di ascoltare un legale di quello spessore».

L’intervento più lungo, interrotto almeno quattro-cinque volte per le lacrime che gli inumidivano gli occhi, è stato quello di Franco Mazza, successore di Corsi alla presidenza dell’Ordine degli Avvocati di Reggio, nonché amico personale: Mazza ha distinto tra l’uomo e l’avvocato, e la voce si è incrinata soprattutto nella prima parte, ricordando vezzi di asperità e dolcezze della personalità del defunto.

Morto Romano Corsi, il decano degli avvocati di Reggio Emilia

In piedi tra Mazza e la vicepresidente dell’Ordine Rosanna Beifiori, il procuratore generale Giorgio Grandinetti ha rievocato l’aneddoto della prima volta che si imbattè in Corsi: «Era il 1988-89, io facevo il giudice del dipartimento penale a Latina ma era imminente il mio trasferimento a Parma. Corsi difendeva un imputato e sollevò una serie di eccezioni preliminari in punta di diritto molto dotte. I miei colleghi, colpiti, commentarono: “Beato te, che vai a Parma”, esprimendo così ammirazione perché mi recavo in Emilia, dove c’era una classe forense così preparata».

Tiziana Tirelli, presidente della Camera Civile, ha sottolineato la poliedricità di Corsi («si occupava di civile con la stessa maestria del penale») e la perfezione non solo estetica dei documenti che redigeva: «Si imparava parecchio dalla lettura di quegli atti».

La parola è poi passata a Domenico Noris Bucchi, presidente della Camera Penale, di cui Corsi fu primo e storico esponente. «Potrei raccontare tanti episodi emozionanti, ma, considerato che tutti noi abbiamo avuto il privilegio di conoscere Romano, penso che il modo più bello per ricordarlo sia di osservare un minuto di raccoglimento, affinché ognuno di noi possa pescare tra i propri ricordi un momento espressivo della sua grandezza: lo stralcio di un processo, qualche riga di una sua lettera o atto, la frase di un’arringa o il momento in cui si alza, indossando con orgoglio la toga, e sull’aula cala un improvviso silenzio».

Come quello che ha regnato, per 60 secondi, ad Aemilia.

L’Ordine ipotizza «un percorso formativo intitolato a Romano Corsi».