Il figlio dei pizzaioli diventa sacerdote Cerimonia a Mantova

Luzzara: alle 16.30 l’ordinazione di Filippo Longobardi «Un mese in Ecuador tra i più poveri e ho capito molte cose»

LUZZARA. Oggi alle 16.30, nella basilica di Sant’Andrea a Mantova, il vescovo Marco Busca ordinerà due nuovi sacerdoti: Filippo Longobardi, 25 anni il 23 dicembre prossimo, famiglia luzzarese, e Samuele Bignotti di Guidizzolo (Mantova), anche lui classe 1991. Entrambi sono diaconi da un anno e mezzo. Oggi saranno vestiti di bianco e stesi a terra, finché verranno chiamati. Le loro prime parole saranno "Eccomi"; si alzeranno davanti al vescovo e interrogati, un po' come avviene per gli sposi, risponderanno "Sì lo voglio". Ci sarà l'ordinazione con l'imposizione delle mani, la vestizione con stola e casula, l'unzione crismale. Poi l'abbraccio della pace e il bacio alle mani appena consacrate.

I genitori di Filippo – Aniello Lomgobardi e Milena Lasagna, 54 e 52 anni – da decenni gestiscono la storica pizzeria “Da Nino” in via Filippini a Luzzara. «Per noi è una grande gioia – dice la mamma –. Pippo aveva questa indole fin da bambino». Filippo nell'ultimo anno è stato diacono per l'unità pastorale Terre matildiche. «Sono 5 parrocchie – spiega Filippo – Gonzaga, Pegognaga, Polesine, Palidano e Bondeno. Le parrocchie esistono sempre, ma sono seguite dagli stessi sacerdoti. Si forma una comunità più ampia e qui, dove c'è stato il terremoto, ci siamo uniti ancora di più. Non c'erano più le chiese e ci si riuniva in varie sale e tensostrutture. Anche adesso che le chiese sono state riaperte, è rimasto un clima solidale in cui si sa che ci si può rivolgere agli altri».

A che età la vocazione?

«A 14 anni ho deciso di entrare in seminario a Mantova. Allora si poteva già durante il liceo, adesso invece si entra solo per gli studi teologici dopo il diploma. Io ho vissuto con gli altri ragazzi. Eravamo pochi, tra cui Samuele, e ho frequentato il liceo linguistico al Redentore».

Quali esperienze sono state più importanti?

«Una mi ha convinto del tutto del valore del servizio: sono stato un mese in Ecuador a conoscere il lavoro del prete in missione, dal missionario asolano padre Claudio Bernardi dell'Operazione Mato Grosso. Ho vissuto fra gli ultimi, i più poveri, e ho capito molte cose».

Che cosa hanno detto i suoi genitori quando ha spiegato loro che voleva farsi prete?

«Se non avessi avuto i genitori che ho, non sarei qui adesso. Mio padre mi disse: "Vai pure in seminario se questa è la tua strada, ma se ti accorgerai che non è più così, la porta qui per te è sempre aperta"».

Filippo passa le ultime ore da diacono in parrocchia, dove riceve le visite di amici e fedeli che vengono a salutarlo.

«Mi fanno gli auguri, mi sono vicini, mi esprimono gratitudine - per me immeritata - per essere stato loro vicino. Mi fa molto piacere, mi fanno capire che sono parte di una comunità, che la nostra è una chiesa che ti accompagna».

Come diacono di cosa si è occupato?

«Ho girato fra le cinque parrocchie, ho tenuto gruppi giovanili, gruppi di fede. E poi c'è il rapporto con le famiglie».

I giovani di cosa hanno bisogno?

«Fanno domande di senso molto profondo. Io cammino con loro e cerco di fare loro incontrare il Signore».

La scelta di diventare sacerdote comporta rinunce: non potrà amare una donna, sposarsi, avere una famiglia.

«La rinuncia è parte fondamentale in qualunque scelta. Chi sposa una donna rinuncia a tutte le altre, chi mette su famiglia deve rinunciare a seguire i propri hobby. Ma quando si sceglie, anche la rinuncia ha un senso; è la testimonianza dell'importanza che si dà a quella scelta. Se la scelta è forte, se la rinuncia è vissuta bene, se è nell'ottica della fede, se si avverte che c'è qualcosa di più importante la rinuncia è possibile. E poi, dopo 11 anni in seminario, ho avuto tutto il tempo di pensarci e di capire e sono contento».

Come si capisce che c'è la vocazione?

«Mi chiedevo cosa voleva Dio da me, e poi se avrei potuto dedicarmi al suo servizio, agli altri. Oggi sono sicuro che la strada col Signore è quella giusta e che lui c'è».