Gualtieri, morì a 5 mesi a causa del parto: in Cassazione è tutto prescritto

di Ambra Prati

L’amaro sfogo della mamma della piccola Anita Riva dopo la sentenza di terzo grado: "Annullate così due condanne per quanto accaduto: non sono riuscita a difendere mia figlia"

GUALTIERI. «Sono mortificata: mia figlia non avrà giustizia, non sono riuscita a difenderla». Così Anna Maria Macaluso, la mamma che al tempo abitava a Gualtieri della piccola Anita Riva, nata con gravissimi danni cerebrali e morta cinque mesi dopo il parto, commenta la conclusione del processo per omicidio colposo a carico del personale sanitario del Santa Maria Nuova. Il 24 gennaio scorso infatti la Cassazione ha sancito la prescrizione e, quindi, l’estinzione del reato.

I FATTI. Anita nacque dopo un parto cesareo travagliato e contestato, il 13 aprile 2008 all’Arcispedale e si spense dopo cinque mesi. La madre è ricorsa subito alle vie legali. Il gup aveva rinviato a giudizio una ginecologa e un chirurgo, una ostetrica e l’anestesista. Il primo grado, condito da conflitti tra periti, si era concluso a Reggio nel giugno 2013: assolti chirurgo e anestesista, erano state ritenute colpevoli ginecologa e ostetrica, condannate entrambe a 8 mesi di reclusione, pena sospesa. In quella sede era stata stabilita una provvisionale di 300mila euro. Il secondo grado si era tenuto nel novembre 2015 in Corte d’Appello a Bologna, che aveva confermato la condanna a 8 mesi per ginecologa e ostetrica. Nel frattempo era stato siglato un accordo economico tra familiari e Asmn. Infine il 24 gennaio scorso la sentenza della Cassazione, che ha chiuso il procedimento penale dichiarando il reato prescritto.

"La rabbia è che nessuno mi ha ascoltata"

LA MAMMA. «Non ho rabbia, in tutti questi anni ho avuto modo di digerirla, ma voglio che si sappia come funziona il sistema giudiziario italiano: come probabilmente finirà anche la strage di Viareggio». Anna Maria Macaluso spiega: «Se i giudici avessero dichiarato i sanitari innocenti nel merito, lo avrei accettato. Ma che anni di udienze e di investimenti personali ed economici finiscano nel nulla per prescrizione, e ora so che era una tecnica difensiva finalizzata solo a prendere tempo, non è ammissibile. Desidero almeno che questo esito non passi sotto silenzio: gli imputati non hanno perso sul campo». Anna Maria ha convocato i giornalisti da sola, accompagnata da due amiche. Dalle sue risposte, si è intuito l’alto prezzo personale che ha pagato per la sua lotta legale: si è lasciata con il compagno, si è trasferita in Spagna e non ha più avuto figli. «È una battaglia che ho condotto da sola: e ci credevo, ci ho creduto fino alla fine. Nel primo colloquio con il mio avvocato, Roberto Sutich, avevo davanti due strade: il civile o il penale. Ho scelto il penale, pur sapendo che per un reato del genere nessuno sarebbe mai andato in prigione» ha proseguito la mamma. Dal passato sono emersi brandelli strazianti: «Mia figlia è morta tra atroci sofferenze, in casa, perché non volevo tornare in ospedale: era piena di tubi, non riusciva nemmeno a deglutire il latte. Ora spero che Anita sia in un’altra dimensione, dove stia meglio di quanto sto io».

GLI ASPETTI LEGALI. Se la strada penale non è più percorribile, lo sarebbe quella civile ma l’avvocato Roberto Sutich ha precisato che anche questa eventualità è preclusa, avendo i genitori rinunciato a costituirsi parte civile. «Le controparti, prima dell’udienza in Cassazione, hanno raggiunto un accordo (con clausola di riservatezza) con il Santa Maria Nuova che ha comportato l’integrale risarcimento del danno nei loro confronti. Un accordo che preclude qualsivoglia azione in sede civile». Sull’iter procedurale, Sutich ha commentato: «Già in Corte d’Appello abbiamo combattuto affinché la Corte ritenesse valide le notifiche che talune difese ritenevano viziate da nullità. Ho depositato più di una istanza scritta davanti alla Corte d’Appello di Bologna affinché si anticipasse la data dell’udienza in termini utili da scongiurare la prescrizione. Non conosco la motivazione della Cassazione, ma in ogni caso a marzo 2016 la prescrizione era già decorsa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA