Il fotografo reggiano Ermanno Foroni arrestato in Congo

di Roberto Fontanili

Fermato dalla polizia per scatti “proibiti” a una miniera di coltan, è stato rilasciato grazie all’intercessione del vescovo di Goma

REGGIO EMILIA. «Se non fosse stato per il vescovo di Goma, che mi ha aiutato a uscire di prigione, non so quando sarei potuto tornare». A raccontare il suo tribolato e rischioso viaggio in Congo, è il fotografo reggiano Ermanno Foroni che il 5 febbraio scorso – con una settimana di ritardo – è rientrato dal Paese africano dove si era recato per documentare l’estrazione e il viaggio del coltan, dalle miniere a Goma, la città  dove le multinazionali hanno i loro magazzini di stoccaggio. Il coltan è una preziosa sabbia nera, indispensabile per il funzionamento di pc e smartphone. E proprio le foto non autorizzate che Foroni ha scattato a Goma sono state la causa del suo arresto e del sequestro della macchina fotografica.

Materiale pericoloso, il coltan, non solo perché contiene uranio, ma perché è il materiale dal quale si estrae la tantalite, un elemento fondamentale in videocamere, telefonini e in tutti gli apparecchi hi-tec per ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione. Un materiale talmente importante da scatenare una corsa alle miniere da parte dei guerriglieri, che vorrebbero impadronirsene per finanziarsi. Per raccontare per immagini la fatica dei minatori congolesi – pagati 200 euro al mese (la paga media di un lavoratore in Congo è molto più bassa) – che estraggono questo materiale radioattivo, Ermanno Foroni ha deciso di tornare in Congo. «Dovevo partire il 19 dicembre – dice – ma mi hanno bloccato e ho cambiato il volo. Sono partito il 5 gennaio e rientrato un mese dopo. È la terza volta che vado in Congo per documentare il lavoro nelle miniere e dei bambini cercatori di oro».

Perché l’hanno arrestata?

«Sono sempre riuscito a essere “trasparente”, in Congo non sono riuscito a passare inosservato e a Goma mi hanno arrestato perché avevo osato troppo. Sapevo che per fotografare occorrevano permessi che non avevo. Mi hanno seguito e sequestrato la macchina. Per fortuna sono riuscito a distruggere la scheda con le foto prima che mi bloccassero».

Poi cos’è accaduto?

«Mi hanno portato in un commissariato e rinchiuso in una stanza di sicurezza. Ero senza passaporto e ho chiesto di fare una telefonata e non me l’hanno lasciata fare. Per fortuna, chi mi accompagnava in città  è il fotografo della Diocesi di Goma e si è messo in contatto con Osvaldo, il direttore della Caritas, che ha parlato con il vescovo che mi ha fatto rilasciare. Ma tutto il viaggio è stato complicato. Da Kirumba, dove risiede padre Giovanni Piumatti e dove ero ospitato, fino a Goma mi hanno accompagnato i soldati dell’Onu. Il viaggio è durato 11 ore, su una strada pericolosissima».

Perché andare sapendo che era rischioso?

«Volevo visitare il centro di smistamento del coltan in mano alle multinazionali, un villaggio nel quale i bambini entrano a 8-9 anni e ne escono solo quando sono maggiorenni. Ma non mi hanno fatto entrare. Sono però riuscito a fotografare i bambini che dopo la scuola vanno a cercare l’oro e guadagnano quasi 3 dollari al giorno. È la grande passione per la fotografia e per testimoniare il lavoro degli ultimi che mi ha sempre permesso di non vedere il pericolo».