Non fu violenza sessuale, donna condannata

di Martina Riccò

Rubiera: assolto un commerciante. Un anno e quattro mesi all’ex moglie per calunnie e minacce

REGGIO EMILIA. Un anno, quattro mesi e dieci giorni per calunnie e minacce. Confermata in appello la condanna all’operaia che, sei anni fa, aveva accusato l’ex marito di averla violentata in bagno nella notte di Santo Stefano.

«Finalmente quest’incubo è finito – commenta il commerciante di Rubiera – è stato un periodo terribile: ho rischiato di andare in galera e rimanerci per parecchi anni. Sono passato per quello che non sono, ho perso la fiducia dei miei figli (è per tutelare la loro privacy che non forniremo le generalità degli ex coniugi, ndr). Ma adesso è tutto finito, lei pagherà per quello che ha commesso, e io verrò risarcito, almeno in parte, per tutto quello che ho dovuto passare».

Era iniziato come l’ennesimo caso di una donna martoriata dal marito violento e prepotente; invece l’inchiesta ha fatto emergere una realtà molto diversa. È il 2011 quando la donna – che è nata e lavora a Modena – denuncia l’ex marito per violenza sessuale, affermando di essere stata costretta ad avere un rapporto con lui nella notte di Santo Stefano.
 
Col passare dei mesi, però, la sua posizione cambia: durante le indagini della Procura ritira la denuncia, e nel corso del processo afferma di non essere stata costretta fisicamente all’intimità di aver ceduto alle insistenze dell’ex marito. A conferma del rapporto consenziente, anche la testimonianza di un paio di amici cui gli ex coniugi avevano raccontato l’accaduto, chiedendo poi un aiuto per riavvicinarsi. Il caso viene archiviato, ma a quel punto scatta la controdenuncia – per calunnia – da parte dell’ex marito.
 
Nell’agosto del 2015 il giudice Cristina Beretti, alla luce di quanto emerso durante il processo e considerando anche un messaggio minaccioso che la donna aveva inviato al commerciante, «turbandone la serenità», la condanna a un anno, quattro mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento di 3.500 euro come risarcimento all’ex marito che si era costituito parte civile.
 
La donna non accetta la sentenza e fa ricorso. La condanna, però, adesso è stata confermata dalla Corte d’appello di Bologna: l’operaia, inoltre, dovrà risarcire l’ex marito delle spese sostenute nella seconda fase del processo.
 
«È stata un’esperienza terrificante – racconta il commerciante – mai avrei pensato di potermi trovare in una situazione del genere. Pur essendo innocente, ho dovuto affrontare il giudizio della gente e, abitando e lavorando in una piccola comunità, è stato molto difficile. E poi ho perso un figlio. Il più grande non mi ha mai creduto, non ci parliamo da anni. Capisco la situazione e comprendo i motivi per cui si è allontanato da me, ma adesso spero che con questa sentenza definitiva possa ricredersi.
 
Non è stato facile nemmeno per il più piccolo – aggiunge il 43enne– che pur avendo passato molto tempo con me, ha vissuto con la paura che io potessi andare in prigione da un momento all’altro. Non auguro a nessuno quello che ho passato, ma ho lottato perché la verità trionfasse e finalmente, anche grazie alla mia attuale moglie che mi è sempre stata vicino, possiamo voltare pagina».