Frode del Parmigiano Reggiano contraffatto, associazione a delinquere per 12  

L’accusa degli inquirenti: nel Parmigiano Reggiano «latte con residui di antibiotici ma anche troppi fermenti e aflatossine»

REGGIO EMILIA. Un’autentica “grana” penale quella che dovranno affrontare i consorzi del Parmigiano-Reggiano e del Padano in questi giorni.

Molto pesanti le accuse mosse dalla procura di Reggio Emilia: tra queste, la più grave è l’ipotesi di reato di associazione a delinquere. Sono 27 in tutto gli indagati e tra questi i rappresentanti dei Consorzi di tutela: Stefano Berni per il Grana Padano e Giuseppe Alai per il Parmigiano. Per entrambi l’ipotesi di reato è quella di abuso d’ufficio, in relazione alla mancanza di requisiti previsti dal disciplinare che dovrebbe caratterizzare il prodotto.

I carabinieri del Nac hanno infatti rinvenuto delle forme gonfie, o vuote alla cosiddetta battitura a martello. Secondo quanto accertato una parte delle ottomila forme posta sotto sequestro, vale a dire 2.550, non avrebbero avuto i requisiti richiesti. Ma veniamo ai capi di imputazione a carico degli imputati in concorso.

Si parte dai reati di frode nell’esercizio del commercio, alla contraffazione di indicazione geografiche o denominazione di origine dei prodotti agroalimentari, adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari e commercio di sostanze nocive con emissione di fatture per operazioni parzialmente o totalmente inesistenti.

E ancora fraudolenta produzione e commercializzazione di ingenti quantitativi di formaggio Parmigiano Dop mediante la miscelazione con prodotti similari appositamente creati; utilizzo di fermenti lattici anche in numero superiore a quello consentito nella produzione di entrambi i formaggi, nonché utilizzo di latte con residui di antibiotici e presenza superiore di aflatossine.

Altra accusa l’ottenimento della certificazione di origine protetta “Grana Padano”per ingenti quantitativi di formaggio, sprovvisti dei requisiti previsti procedendo comunque nella marchiatura illegittima. E questo al fine di trarne un ingiusto profitto dalla lavorazione e dalla commercializzazione delle forme.

E da ultimo il ricorso a false dichiarazioni delle giacenze e a false registrazioni, alla fatturazione di buste di fermenti “starter o startup” ad una controllata società ungherese. E infine alla registrazione di false fatture inerenti a tali fermenti.

Tutto questo aggravato dal fatto che il numero degli associati è superiore a dieci. Il primo troncone d’inchiesta risale al 2015 per fatti accaduti due anni prima.

Sono 12 gli accusati di associazione a delinquere: Dante Bigi (fondatore della ditta Nuova Castelli), Mario Panazza, Luigi Fici, Romano Conti, Alberto Morlini, Francesco Ghidorsi, Marco Soldati, Angelo Maria Strazzanti, Tommaso Cibrario, Sergio Raglio, Giuliano Menozzi e Livio Bondavalli.

Le altre contestazioni riguardano ulteriori 15 persone iscritte nel registro degli indagati: Massimo Bertoni, Claudia Cadonici, Artico Iori, Paola Alessandra Maria Pozzi, Giuseppe Omassi, Villiam Chiari, Simone Paraluppi, Emily Anselmi, Davide Vietta, Giuseppe Alai, Stefano Berni, Paolo Guerriero, Federico Bruno, Vanessa e Luca Bonazzi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.