Poiatica, per riempire la discarica l’ipotesi detriti (e anche amianto) 

di Adriano Arati

Carpineti: una delegazione Pd incontra il coordinatore dello studio regionale sul percorso di chiusura Si parla di mezzo milione di metri cubi di argilla e cocci ceramici. Resta da capire chi paga l’intervento

CARPINETI. Tante strade da scegliere per chiudere definitivamente la partita Poiatica. Pochi giorni fa una delegazione del Pd reggiano – con diversi esponenti della zona montana e il segretario provinciale Andrea Costa – ha incontro Alberto Montanari, docente dell’università di Bologna, coordinatore dell’ormai chiacchieratissimo studio che la Regione ha commissionato all’ateneo per valutare il miglior percorso di chiusura della discarica carpinetana, inattiva dal 2015.

Nei mesi scorsi questo studio ha fatto molto discutere. Le varie bozze preliminari presentavano diverse opzioni per terminare il percorso di vita del sito di conferimento rifiuti sul Secchia. Il tema è quello dell’enorme invaso che col tempo si è creato fra la zona della discarica vera propria e la zona delle altre cave presenti nell’area di Poiatica. Per la discarica vi sono obblighi precisi per il gestore, in questo caso Iren, che deve garantire la manutenzione e il presidio per 50 anni usando dei fondi accantonati per legge negli anni.

All’ultimo passaggio, la cifra già presente è attorno ai 14 milioni di euro. Il discorso dell’invaso, potenzialmente altrettanto delicato, è molto diverso, e di questo hanno parlato Montanari e gli esponenti Pd. L’invaso va messo in sicurezza ma resta da capire chi deve effettuare l’operazione e, soprattutto, chi dovrà coprire i costi, certo non lievi. Si parla di un volume superiore al mezzo milione di metri cubi, e lo studio bolognese ha delineato diverse soluzioni. Il riempimento diretto dell’attuale invaso è praticamente fuori discussione: occorrerebbe una quantità enorme di materiale. L’opzione di fondo consigliata è quella di ridurre l’invaso, alzandone il fondo e creando canali di scolo per le acque piovane. Per fare questo esistono diverse possibilità, con prodotti e spese molto differenti. E, almeno secondo lo studio, non è consigliato l’uso della sola argilla della zona. L’argilla ha un peso specifico molto elevato che creerebbe pressione sul fondo.

Per alleggerire questa massa sarà necessario miscelare la terra con altri materiali, che per la legge italiana sono considerati inerti. L’elenco è vasto: sulla carta, si va dai detriti del terremoto ai cocci di piastrelle, dai prodotti di demolizione opportunamente lavorati ai residui di cemento e amianto trattati per azzerare il pericolo. La parola amianto, in particolare, genera preoccupazioni, e la diffusione dell’elenco ha provocato parecchie discussioni sul web, con accuse e nuovi polemiche.

Ad oggi questo però è un elenco che dovrà essere formalizzato entro fine mese con la consegna dello studio ufficiale. Poi spetterà alla Regione discutere con chi vive il territorio e fare le valutazioni del caso. Valutazioni ambientali ma pure economiche, perché la suddivisione delle spese è uno dei nodi più duri da sciogliere.