«Mafie, Reggio tenga alta la guardia»

di Enrico Lorenzo Tidona

Grandinetti lascia per andare in pensione. «Ho sempre cercato l’indipendenza e questa città mi ha aiutato»

REGGIO EMILIA. L’emblema delle inchieste, i cosiddetti faldoni, ingombrano ancora le sue stanze insieme a diversi fascicoli. Ma poche ore ancora e poi Giorgio Grandinetti (70 anni) lascerà per sempre il suo studio al quinto piano della torre della Procura reggiana dalla quale ha coordinato le indagini che hanno segnato gli ultimi sette anni della storia reggiana tra omicidi, reati tributari e lo tsunami Aemilia.

«Da domenica 23 sono ufficialmente in pensione» dice il procuratore capo Grandinetti, che ieri ha celebrato gli ultimi addii, quello ufficiale nella sala dell’Ordine degli avvocati reggiani, ricevendo ricordi e attestati di stima. Con lui si chiude il cerchio su una lunga girandola di cambiamenti per la giustizia reggiana. La partenza dell’ex prefetto Raffaele Ruberto ha visto l’arrivo di Maria Grazia Forte, mentre il tribunale deve ancora trovare il sostituto di Francesco Caruso. Uomo mite e determinato, che sembra aver contato ogni giorno passato a Reggio: «Sono stato qui a Reggio sette anni e due mesi» dice con certezza matematica mentre si allenta la cravatta dando uno sguardo al biglietto custodito in un mazzo di fiori poggiato sul suo grande divano verde. 

Dottor Grandinetti, quali sono state le inchieste più importanti e che le hanno richiesto più impegno in questi anni?
«C’è stata l’inchiesta sulla motorizzazione civile che è stata abbastanza ampia. Poi c’è stata quella sulla cooperativa Unieco relativa alle fatture e che è già in udienza preliminare. Ci sono stati alcuni casi dal fallimentare oltre a misure di prevenzione importanti, come quella su Vertinelli unificata poi a quella della Dda. Poi è chiaro che il procuratore direttamente non fa molte inchieste».
 
Da quando è arrivato a oggi si è indubbiamente complicato il quadro giudiziario reggiano. Dalle misure di prevenzione ai processo per mafia.
«Certo, ci sono stati molti reati spia che sono poi confluiti nelle inchieste della Dda. Poi ci sono stati anche molti casi di omicidio, quasi tutti risolti devo dire. Il bilancio è stato positivo, i miei sostituti sono bravi».
 
Lascia un buon gruppo?
«Si, ritengo di lasciare un buon gruppo, migliore di quello che ho trovato probabilmente». 
 
In tempi di attacchi all’informazione, come giudica il ruolo della stampa?
«Ho sempre avuto un ottimo rapporto con la stampa e credo molto nella sua funzione. In una società democratica la stampa deve funzionare. Purtroppo c’è questo benedetto segreto investigativo del quale io non sono innamorato. In molti casi è inutile. Dovrebbe esserci, ma molto ristretto, posto dal magistrato inquirente, poi li però non può essere derogato da nessuno per nessuna ragione. Punto. La società deve essere trasparente e noi non dobbiamo fare niente in segreto. Dobbiamo tutelare le indagini e basta».
 
A Reggio tra le istituzioni esiste una amalgama molto densa. Come si è trovato rispetto al ruolo che esprimete? 
«Io devo dire che ho trovato una facilità di rapporti pur nella rigorosità. Guardi, io non ho mai chiesto niente. Mai. Neanche un biglietto per il teatro. Non ho mai chiesto niente anche per l’ufficio. Però la sensibilità sui temi di interesse comune è stata sempre elevata. Devo dire anche da parte di Delrio e ancora di più da parte dell’attuale sindaco».
 
Ma qualche tipo di interferenza o di pressione si è mai fatta sentire visto che la procura indaga e svela verità anche scomode?
«Chi si vuole far sentire lo fa con chi sa che è disposto ad ascoltare. Io rivendico una cosa: sono assolutamente indipendente. Non ho assolutamente dipendenze, neanche psicologiche e secondo me l’unica vera e grande virtù di un magistrato deve essere questa. Però per esserlo non ti puoi mischiare, non puoi andare qua, andare là, non puoi fare questo o quello». 
 
Bisogna avere una vita indipendente.
«Io sono stato facilitato anche perché vivo a Parma. E quando ero là ho mantenuto lo stesso atteggiamento».
 
Qual è il suo giudizio sulla città di Reggio?
«È positivo. Una città di gente operosa, sobria: insomma seria, secondo me».
Resta da mettere a posto qualcosa però. Lo dice il processo Aemilia in corso contro la ’ndrangheta. 
«Non bisogna dare per scontato niente. Magari vent’anni fa si diceva “ma figurati se la mafia si può infiltrare qua..”. Bisogna stare attenti e avere bene a mente che questa è una città che ha un passato. Quando tu fai antifascismo militante, vuol dire che è presente un nucleo di valori forti. Qui poi sono nate le cooperative prima che la situazione degenerasse, sono stati coltivati valori e solidarietà reale».
 
Il timore è che alcuni di questi valori si siano un po’ sfarinati col tempo o no?
«Sì, però bisogna cercare di ritrovare tutte le virtù che Reggio aveva, e sono tante, e su quelle cercare di recuperare e ricostruire».
 
Il tessuto sociale forse ha sottovalutato alcuni capitoli poi diventati oggetto di inchieste?
«C’è stata una sottovalutazione in alcuni casi. Però il contesto conta molto. Noi magistrati, come è risaputo, lavoriamo tra mille difficoltà e carenze di mezzi. Però se tu operi in un contesto positivo questo spinge tutta la società ad agire per il meglio. Cioè se lei va in Svizzera la carta non la trova a terra. Ma se uno svizzero viene qua dopo dieci giorni la butta anche lui a terra. Glielo assicuro. Ma non qui a Reggio, dico in generale. Questo perché il contesto ti può spingere verso il meglio o verso il peggio. Qui a Reggio ci sono le condizioni per recuperare il meglio e adesso non c’è nemmeno più la scusa di dire che ci sentivamo immuni. Adesso c’è la prova provata che è necessario tenere alta la guardia». 
 
Questa presa di coscienza anche nell’antimafia ha cambiato anche il vostro lavoro e ha ricondotto fatti considerati prima slegati all’interno di uno stesso perimetro. 
«Certo che si». 
 
©RIPRODUZIONE RISERVATA