«I penitenziari sono luoghi di disperazione»

Il direttore dell’istituto reggiano: «Gesti estremi o di autolesionismo sono sempre più comuni»

REGGIO EMILIA. Pochi agenti rispetto alla popolazione carceraria, un sovraccarico di lavoro a causa del processo Aemilia e la gestione di situazioni di violenza o autolesionismo. Con l’apertura a breve di altri due raparti. Sono queste le criticità messe in evidenza da Paolo Madonna, direttore del penitenziario di Reggio Emilia.

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Circa 360 detenuti e pochi agenti. Una situazione non facile.
«Siamo pochi. Abbiamo sollecitato più volte il dipartimento per questa grossa carenza di organico, quantomeno servirebbero venticinque agenti in pianta stabile ma purtroppo non ci sono. E in tutto questo il processo Aemilia ci impegna ancora di più, ci stiamo adattando con le forze che abbiamo ma, per la sorveglianza del tribunale dobbiamo sottrarre unità alla sicurezza del carcere. La realtà è che non abbiamo avuto, per adesso, il supplemento di uomini che ci si aspettava».

Quasi inevitabili quindi gli episodi di violenza.
«Le risse, le aggressioni, l’autolesionismo fino ai gesti più estremi purtroppo capitano qui come in tutti i penitenziari italiani, che sono diventati sempre di più luoghi di disperazione. Si tratta spesso di persone straniere irregolari che non hanno nessun appoggio in Italia, entrano illegalmente e quindi per sopravvivere si dedicano ad attività illegali. Da parte di molti di loro c’è una scarsa osservanza delle regole. Facciamo ogni sforzo per alleviare la loro detenzione ma il più delle volte sono riottosi al mantenimento di una convivenza civile».

Ma quali sono le loro richieste principali?
«Generalmente una sola: lavorare. Parlo costantemente con i detenuti per far capire loro che con la disoccupazione di oggi non è facile, cerchiamo di garantire a tutti una possibilità con le risorse attuali, da poco anche aumentate, ma spesso non vogliono capire». (l.g.)