Emergenza carcere a Reggio Emilia, l'appello di Sassi: «Servono psicologi e operatori sociali»

di Evaristo Sparvieri

Il vicesindaco sulla situazione della Pulce: «Solo con queste figure professionali si può fare reinserimento sociale»

REGGIO EMILIA. «Il ministero della Giustizia deve capire che non c’è solo un problema di organico della polizia penitenziaria. Quello che vediamo noi, da osservatori esterni ma competenti, è che servono molte più figure professionali. Come psicologi, educatori e operatori sociali».

Così il vicesindaco e assessore al Welfare, Matteo Sassi, interviene sulla situazione di emergenza del carcere reggiano, dove nei giorni scorsi un detenuto 28enne di origine tunisina si è tolto la vita in seguito ad una rivolta che ha coinvolto altri quattro reclusi. Un episodio estremo che ha mostrato una volta di più le problematiche denunciate da tempo dal sindacato Sappe sulle condizioni di difficoltà all’interno della Pulce, sottolineate nei giorni scorsi sulla Gazzetta anche dal direttore del penitenziario, Paolo Madonna.

Carcere, pochi agenti e troppi detenuti a Reggio Emilia

«È vero – afferma Sassi riferendosi alle dichiarazioni di Madonna – le carceri sono luoghi di disperazione e di privazione non solo della libertà, ma anche della dignità: sono una piaga aperta nel Paese, alla quale non si può trovare però rimedio nei singoli istituti». Secondo il vicesindaco, «quando si parla di organico, non dobbiamo pensare solo agli agenti. Bisogna immettere anche altre figure professionali. Se il carcere viene inteso solo in termini di sicurezza e sorveglianza, è facile che si incappi in quel clima di disperazione cui fa riferimento Madonna, senza alcuna ipotesi di reinserimento sociale. Su questo versante, non posso che ringraziare anche pubblicamente il direttore Madonna: da quando è arrivato si è assunto la responsabilità di favorire numerosi progetti di natura sociale».

LE INIZIATIVE. Dalla festa della musica alle attività sportive con l’Uisp, dal laboratorio teatrale al prestito libri in collaborazione con la Panizzi. E poi le attività di mediazione culturale, quelle di formazione, i progetti con l’Ausl, la Caritas, Camelot, Dimora d’Abramo e altri enti. In totale, sono 13 le attività organizzate nel carcere reggiano, che si diramano in diversi progetti. Il Comune svolge un ruolo di coordinamento su fondi regionali dedicati, stipulando convenzioni.

«Occorre sottolineare che non sottraiamo risorse ad altri ambiti – specifica Sassi – e che a fronte di poche decine di migliaia di euro, i progetti in cui sono coinvolti decine di detenuti generano un’utilità sociale anche economica di centinaia di migliaia di euro, con un ampio beneficio della collettività anche in termini di risparmi». Fra le convenzioni, Sassi ricorda quelle che hanno portato quattro detenuti a prestare interventi di piccole manutenzioni per conto del Comune e altri quattro a realizzare opere di imbiancatura negli immobili Acer: «Ricevono un piccolo contributo, una sorta di rimborso, partecipando ad un percorso di reinserimento. È questa la chiave di volta. È chiaro che in un contesto dove il lavoro scarseggia, bisogna fare uno sforzo in questa direzione se si vuole garantire la sicurezza di tutti. E bisogna investire in buone politiche. La collaborazione con gli agenti qui a Reggio è molto elevata, altrimenti progetti del genere non sarebbero continuati. Ma il carcere non è solo degrado e suicidi proprio grazie a psicologi, educatori e operatori che vi prestano servizio, anche da volontari».