orrore nella bassa

Pedofilo confessa, è libero: per il giudice «ha mostrato straordinaria autodisciplina»

di Enrico Lorenzo Tidona

Sono le parole del gip scritte sull'ordinanza con la quale lo stupratore del bimbo disabile di 13 anni è stato rimesso in libertà. Mirabile della onlus antipedofilia: «Così la giustizia è debole e lo Stato diventa complice»

REGGIO EMILIA  Grazie allo «straordinario senso di autodisciplina dimostrato» il 21enne pakistano reo confesso del reato di violenza sessuale su minore può rimanere fuori dal carcere.

Un giudizio scritto testualmente nell’ordinanza emessa ieri dal giudice Giovanni Ghini dopo un’ora di Camera di consiglio, con la quale ha motivato la revoca degli arresti domiciliari. L’indagato, scrive il giudice, «si è messo da solo agli arresti domiciliari» e questo «basta – anche senza la pienissima confessione – a garantire che le esigenze cautelari possano essere soddisfatte con misure diverse dalla custodia in carcere».

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Il pedofilo, poi, è stato cacciato dalla casa nella quale era ospite. La procura chiedeva anche per questo la reclusione in carcere. Il giudice, invece, «preso atto dell’impossibilità di proseguire con gli arresti domiciliari» decide che «conviene applicare – fermo restando il divieto di espatrio – un congruo cumulo di misure, che possono essere una presentazione particolarmente intensa alla polizia giudiziaria e il divieto di avvicinamento». In pratica dovrà presentarsi tutti i giorni dai carabinieri e stare ad almeno 200 metri di distanza dalla sua vittima.
Restano aperti alcuni versanti: le indagini non sono chiuse e mentre l’indagato è a piede libero, i carabinieri stanno effettuando accertamenti su altri minori frequentati dall’indagato nell’anno circa che ha trascorso nella Bassa reggiana.

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«Mi dispiace Signor Giudice, mi dispiace Signora Giustizia: non ci siamo proprio – scrive Roberto Mirabile, presidente dell’associazione anti pedofilia La Caramella Buona –. Non capite, non volete capire che cosa combinate, in questo modo, nelle vittime, nei cittadini, nei criminali stessi. Le vittime si sentono tradite da quella giustizia che rappresenta lo Stato e che dovrebbe, anzi deve, distinguere fra Caino e Abele. Un bambino abusato, come una donna violata, devono sentirsi tutelati, creduti, accolti fra braccia forti, comprensive, capaci di capire. È scandaloso credere di essere nel giusto applicando a manica larga il codice penale, vietando a chi violenta di incontrare per strada la propria vittima, terrorizzata per sempre. Questi sono abusi di Stato».