Orrore nella Bassa

Campo minato reggiano, una storiaccia

di Stefano Scansani

Abbiamo messo insieme gli spicchi della vicenda: sembra una prova generale della sfiducia nel sistema

È una storiaccia. Mettete insieme tutti gli spicchi della vicenda dello “stupratore liberato” e ne tirerete fuori il ritratto di una città in conflitto, di un moto isterico, di una perturbazione generale non solo intorno al Palazzo di Giustizia, via Avvenire Paterlini numero 1. Ma di Reggio Emilia in prima linea.

COLLISIONE.

Quella di questi giorni è infatti la prova generale dell’immane collisione che va generandosi tra l’opinione pubblica e i poteri dello Stato, tra il diritto (la sfera giudiziaria) e l’Italia politica, fra il web e la discesa in campo della politica tutta e dei politici tutti, inedita per rapidità e determinazione. L’allertamento è generale.
Qualcuno ha scritto (la Camera Penale di Reggio Emilia) che siamo al cospetto di una medievale messa al bando del giudice e della civiltà giuridica. Dico che ha piena ragione per certe intemperanze, ingiurie e minacce. Dico che ha torto per il resto. Non ci vuol molto per vedere, sentire, capire.

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Si sono incrociati qui, a casa nostra, la sfiducia e la rabbia per il sistema, i suoi uomini e le sue donne; la giustizia, la sua procedura e la sua applicazione; la nevrotizzante confusione tra profughi e criminali; fra predicata percezione della sicurezza e la sua reale qualità quotidiana. Poi c’è chi soffia professionalmente sul fuoco, chi ne profitta, chi strumentalizza.

DEBUTTO.

È una storiaccia italiana, che qui a Reggio Emilia è ora alle prese con un’anticipazione, un primo effetto, il debutto degli esiti.

Vi prego di seguire il filo che collega la cosiddetta pancia del popolo e la testa governante, cioè l’esasperata protesta della gente via web e la mobilitazione dei poteri che nel medioevo erano costituiti dai magnati. Quelli che contavano, e rischiano di non contare più. Lo sanno.

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Metto insieme gli spicchi della storiaccia, perché ogni tanto c’è bisogno di una sintesi, d’una riflessione sugli spicchi ognuno dei quali è un innesco della miscela delle tensioni contemporanee. Il tutto capita a Reggio.

PEDOFILO.

Viene dal Pakistan e ha ventuno anni, otto in più della sua vittima. Reo confesso. Non si tratta del “tipo” di pedofilo che la narrazione antica o la casistica criminale ha fissato nell’immaginario: il bruto, l’orco... È un pedofilo della contemporaneità. Oggi, inevitabilmente il violentatore riassume in se lo straniero, l’ospite traditore, l’altra pelle, l’altra religione, l’altra cultura. Provate a leggerla al contrario e avrete come risultato la generalizzazione. Così che l’incognita della paura d’istinto raddoppia oppure triplica.

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PROFUGO.

A dilatare la paura casca nella storia anche il fatto che lo stupratore è un profugo. Vive nella Bassa reggiana da un anno. Vicino di casa della vittima. Di conseguenza l’imputato moltiplica ogni dubbio, tensione, rifiuto, intolleranza che i “clandestini” prima e i “profughi” poi (la nomenclatura è diventata politica), producono nell’opinione pubblica.

STATUS DI RIFUGIATO.
Proprio nel periodo nel quale il pakistano era davanti al giudice di Reggio Emilia, il tribunale di Caltanissetta gli ha riconosciuto lo status di rifugiato. Dunque, a rigor di legge nazionale e diritto internazionale, l’imputato non può essere espulso. Qui le contraddizioni giuridiche e le reazioni delle opinioni fanno cortocircuito.

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PIEDE LIBERO.
A trasformare la storia dello “stupratore liberato” in storiaccia sono state le motivazioni con le quali il giudice Ghini ha ritenuto di porre il pakistano a piede libero, con obbligo di firma nella stazione dei carabinieri del suo paese, due volte al giorno, alle ore 9 e alle ore 18, con ordine di stare alla larga dalla sua vittima duecento metri almeno. In attesa di giudizio.

AUTODISCIPLINA.
Il giudice Ghini ha deciso così in forza del fatto che l’imputato durante l’udienza ha mostrato “straordinario senso di autodisciplina”, e che “si è messo da solo agli arresti domiciliari”. Qualcuno ha commentato che per stendere certe diagnosi comportamentali sarebbe stato utile uno psicologo o un criminologo.

PRECEDENTI.
Nessun riferimento nella decisione (le decisioni dei giudici sono criticabili) all’eventualità che l’imputato sia responsabile di precedenti specifici. Non nel suo anno di soggiorno in Italia, nella Bassa reggiana. Ma nella sua precedente vita pakistana. Ora la procura ha avviato accertamenti nel Paese asiatico.

DOV’È E CHE FA.
La preoccupazione del sindaco del paese della Bassa è giustificata. Non sa chi sia lo stupratore. Non sa chi sia lo stuprato. Non sa dove abita il primo, dov’è e che cosa fa.

Almeno due i patemi d’animo del primo cittadino: tutelare la vittima, controllare il reo confesso. Ma anche difendere quest’ultimo, perché la tensione è alta.

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Sta di fatto che, nonostante le due apparizioni quotidiane in caserma, il pakistano non ha casa. È stato mandato via dal proprietario, dunque non ha praticamente domicilio.

NOMI E FOTO.
Rispettiamo la legge e le norme deontologiche. Non riportiamo quindi il nome della vittima e il luogo di residenza (per ovvi motivi), e nemmeno quelli dello stupratore – foto compresa – perché attraverso la loro circoscritta piccola comunità pakistana il tredicenne sarebbe identificabile.

Tra l’altro l’anonimato del violentatore gli garantisce una teorica sicurezza personale (la cella negata non gliela assicura).

MAGLIETTA.
Troppa narrazione collodiana? Troppa filmografia anglosassone con toga e parrucca? Troppa sacralità forense? Che siano questi i motivi che hanno fatto indignare o sbalordire qualcuno alla vista del giudice Ghini in t-shirt rossa nell’aula del tribunale?

È certo che anche la discussione tra formalisti e anticonvenzionali sta dando sostanza al dibattito.
Confesso comunque che per la prima volta nel comporre una didascalia sotto la foto dei protagonisti di un’udienza giudiziaria, la Gazzetta in assenza di segni distintivi ha dovuto precisare che il giudice è quello di fronte, in piedi...

SINDACI.
La mossa dei trenta sindaci reggiani era inaspettata. Insieme hanno sottoscritto un documento contro la decisione del magistrato. Ci è stato raccontato che il testo è stato mediato, limato, elaborato.

Perché è la prima volta che insieme i primi cittadini fanno squadra contro una decisione giudiziaria, “perché non si vanifichi il corale lavoro sul territorio, se è necessario si chiarisca la legge”, e per far fronte alle contestazioni delle comunità (comunità social compresa).

Attivato il ministro della Giustizia Orlando. Attivato il Consiglio Superiore della Magistratura. Il momento storico e politico è delicatissimo. Il Pd ha innestato una marcia decisa.

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MANIFESTAZIONE.
È inedita anche questa. Indetta per un’ora giovedì sera davanti al Palazzo di Giustzia, è stata proposta dall’associazione La Caramella Buona. Molte le adesioni. Curioso l’invito agli uomini a indossare una camicia: riferimento scoperto al giudice Ghini che invece è in t-shirt. La contestazione popolare affonda nel guardaroba e rischia di diventare populista.
Mirabile chiede che simboli e slogan politici stiano alla larga, e ha invitato il sindaco ad andare. Vecchi ha detto no.

DOCUMENTI.
A fornire prova della divaricazione è il documento che è stato diffuso dalla Camera Penale di Reggio. Principia così: “Senza entrare nel merito di una vicenda giudiziaria ancora in corso...”. Più o meno come nel documento dei sindaci: “Non entriamo nel merito di sentenze specifiche”. Il canto è canonico, simile a quello ricorrente “abbiamo fiducia nella giustizia”. Atto di fede sacrosanto che deve prevedere però anche la responsabilità di ogni potere o professione. Ad esempio i giornalisti sono inchiodati alle loro. Per dovere, tutti i giorni.

WEB E MINACCE.
Squallida l’aggressione verbale al giudice e alla sua fidanzata in un ristorante. Tira brutta aria. Per la prima volta a far dibattito, ma anche sparatoria di insulti e minacce è il mondo dei social. Molti commentatori infatti sparano sciocchezze, auspici mortali, confronti insopportabili.

La Procura va raccogliendo una galleria di sconcezze e ingiurie per un’eventuale azione nei confronti degli autori.

Ecco, anche questa sarebbe una prima volta, una prima linea. Che speriamo venga allargata severamente e doverosamente oltre i poteri dello Stato e oltre questa storiaccia. Sempre.

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