A casa della vittima «Ha tanta rabbia»

di dalla prima

Racconto-shock dei familiari del tredicenne disabile violentato  Il pedofilo ha lasciato il quartiere, ora vive in un altro paese

Parole semplici, dirette, che il ragazzino fa sapere al cronista attraverso i familiari. È la rabbia per la violenza sessuale subita. Il giovane orco l’ha purtroppo trovato il 10 luglio fra quel dedalo intricato di palazzi fatiscenti, in cui le musiche che escono dalle finestre, gli odori di spezie e gli abbigliamenti “raccontano” la forte presenza multietnica.

La brutalità si è incarnata in un vicino di casa, un pakistano di 21 anni che per il ragazzino era un viso noto nel quartiere. Sino a poche ore fa se lo poteva ancora trovare davanti, perché dal palazzo di fronte il violentatore è rimasto prima agli arresti domiciliari poi con l’obbligo di firma due volte al giorno nella vicina caserma. Ieri pomeriggio, però, il 21enne se n’è andato, l’ospita per alcuni giorni un amico, in un altro paese della Bassa. Temporaneamente, poi si vedrà.

Di quell’odioso carnefice – ci dicono sempre i familiari con un filo di voce – al 13enne non è rimasto solo un ricordo rabbioso, ma anche addosso il tremore per lo spavento vissuto e poi sfociato nella voglia di liberarsi con il papà e la mamma, di confidarsi subito con loro una volta rientrato a casa sotto shock. Sono passati più di quaranta giorni da quella violenza in un luogo appartato in campagna: genitori e fratelli fanno quadrato, con l’aiuto anche dei servizi sociali. Non lasciano mai solo il ragazzino, nemmeno quando inforca l’amata bicicletta, divenuta quel terribile giorno la scusa usata dall’orco per fare insieme un giro divenuto una trappola.

Parliamo sotto voce, per non creare imbarazzo – fra quelle quattro mura – toccando un “tasto” ancora non facile da affrontare per tutta la famiglia. Si sentono comunque non abbandonati, parlano con soddisfazione della manifestazione organizzata davanti al tribunale dall’associazione “La caramella buona” con cui sono in contatto. Non vogliono fare commenti sulla decisione presa dal giudice Giovanni Ghini, preferiscono concentrarsi sul familiare che ha tanto bisogno di loro. Un affetto che si tocca davvero con mano in quell’appartamento.

Lasciando il palazzo, ci si cala subito nel via vai che anima quell’intreccio di edifici.

Dai portoni escono vocianti dei bambini, ma dall’attenzione con cui sono seguiti – da un genitore, da un nonno, da un fratello più grande – capisci che lì più di qualcosa è cambiato. La famiglia del 13enne si è infatti sfogata con qualche residente e sono scattate le contromisure. Insomma, tutti o quasi sanno quanto accaduto e vogliono che non avvenga più. Non è certo un’impresa toccare l’argomento passeggiando fra quei cortili comunicanti. «Sanno di avere la nostra solidarietà, faremo di tutto per non lasciare soli quel ragazzino e la sua famiglia».

Parole sentite – raccolte da un residente che fa da improvvisato portavoce di un gruppetto di stranieri raccolti in chiacchiere – che si fanno dure quando spostiamo le riflessioni sul violentatore. La comunità pakistana non lo vuole più lì e tutti annuiscono. Temono per i loro figli. Un incubo che da poche ore ha lasciato il quartiere.

Tiziano Soresina

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