Reggio Emilia

Pedofilo, due ordinanze in undici giorni

di Tiziano Soresina

Ricostruzione della battaglia in punta di diritto che ha portato alla revoca dei domiciliari e innescato lo scontro fra accusa e difesa

REGGIO EMILIA. Non si spengono i clamori da ribalta nazionale sulla decisione presa dal giudice Giovanni Ghini che undici giorni fa, dopo l’interrogatorio di garanzia, ha liberato – pur con alcune misure restrittive più “soft” rispetto al carcere e agli arresti domiciliari – il pedofilo pakistano 21enne reo confesso della violenza sessuale al disabile 13enne, suo vicino di casa nella Bassa reggiana.

Una decisione che ha fortemente diviso le coscienze nella società civile e negli ambienti forensi. Per non parlare di accusa e difesa, mai così lontane nel confrontarsi sul provvedimento del giudice. Ma sul piano del diritto, come si è arrivati a questa “svolta”? Nel giro di una settimana – prima l’11 agosto e poi il 18 agosto – il magistrato giudicante, con relativa ordinanza, ha affrontato sempre la stessa richiesta del pm Maria Rita Pantani, cioè la misura cautelare in carcere per il violentatore, a fronte di una vicenda così grave.

ARRESTI DOMICILIARI. Nella prima ordinanza il gip Ghini ritiene l’orrenda storia pienamente provata ed inquadra giuridicamente il fatto nel reato di violenza sessuale su minore infraquattordicenne (articolo 609 quater comma 1 numero 1 del codice penale).

Per il magistrato il fatto è provato per una serie di motivi: nell’audizione protetta il 13enne si riferisce senza il minimo dubbio all’indagato, riconoscendolo pure in fotografia; le evidenti lesioni subite dal ragazzino che combaciano con il suo terribile racconto; la duplice confessione dello stupratore: esplicita nel primo caso (il 10 luglio) quando il padre del disabile, infuriato, è andato a cercare il 21enne a casa sua, mentre la seconda è implicita e si riferisce a quando il giovane pakistano (il 27 luglio) va nell’abitazione della vittima per chiedere scusa.

Poi sul fronte “misura cautelare”, il giudice ritiene pacifico che ve ne sia l’esigenza, applicando gli arresti domiciliari (nell’abitazione di un connazionale che lo ospita da alcuni mesi) con parallelo divieto di espatrio. E motiva gli arresti domiciliari inquadrando l’indagato come “un perfetto incensurato, con un adeguato inserimento sociale, che – come ogni persona normale – sarà capace di un nudo calcolo di interesse, rigare dritto per non finire in prigione”. Poi il riferimento al paese della Bassa in cui è avvenuto il fattaccio “dove i controlli non incontreranno particolari difficoltà, ciò che consente di fare a meno del braccialetto elettronico, peraltro non disponibile”.

LA LIBERAZIONE. Una settimana dopo è il momento – in tribunale – dell’interrogatorio di garanzia e il pm Pantani chiede per l’indagato nuovamente la misura cautelare in carcere. Per il magistrato inquirente il 21enne va ristretto in cella per l’estrema gravità del fatto, per le lesioni causate al ragazzino, per il rischio di reiterazione del reato visto che le pulsioni erotiche nei confronti dei minori l’hanno portato a violentare un vicino di casa, infine per il pericolo di fuga non avendo l’indagato un punto di riferimento abitativo dove rimanere agli arresti domiciliari in quanto il connazionale non intende più ospitare il 21enne da quando ha saputo l’accaduto.

La confessione? Per la procura è stata tardiva: prima ha negato, l’ammissione è arrivata solo quando è stato messo alle strette dai genitori della vittima. In aula il violentatore confessa, aggiungendo però che il ragazzino disabile «era consenziente». Poche ore dopo il deposito della nuova ordinanza con la decisione che alzerà il “polverone”.

Il giudice Ghini scrive che “lo straordinario senso di autodisciplina” dimostrato dall’indagato “che si è messo da solo agli arresti domiciliari, basta – anche senza la pienissima confessione – a garantire che le esigenze cautelari possano essere soddisfatte con misure diverse dalla custodia cautelare come richiesto dall’articolo 275 comma 3 del codice di procedura penale”. Poi la disposizione, in concreto, della nuova misura restrittiva: “Preso atto dell’impossibilità di proseguire con gli arresti domiciliari (perché il 21enne è stato cacciato di casa, ndr), conviene applicare – fermo restando il divieto di espatrio – un congruo cumulo di misure, che possono essere una presentazione particolarmente intensa (due volte al giorno, ndr) alla polizia giudiziaria e il divieto di avvicinamento (ad almeno 200 metri dalla vittima, ndr)”.

SCONTRO ACCUSA-DIFESA. Una decisione che scatena opposte reazioni fra le parti che si fronteggiano sul piano legale. L’accusa – cioè il pm Pantani – impugna velocemente l’ordinanza davanti al Riesame di Bologna (l’udienza non è stata ancora fissata) replicando principalmente su due versanti. Il magistrato, rispetto al gip, inquadra la vicenda in un articolo diverso del codice penale (cioè il 609 bis) rimarcandone il punto 1, cioè che “Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto”.

Per poi legare questo reato ad un preciso passaggio dell’articolo 275 del codice di procedura penale che tecnicamente prospetta la presunzione relativa di adeguatezza del carcere. In seconda battuta il pm Pantani attacca anche il convincimento del giudice quando scrive che l’indagato “si è messo da solo agli arresti domiciliari”.

La procura controbatte con quanto dichiarato da alcuni amici dell’indagato, cioè che il 21enne è rimasto chiuso fra quelle quattro mura perché gli avevano prospettato che uscendo avrebbe potuto rischiare di essere picchiato come ritorsione, inoltre era rimasto in quella casa perché chi l’ospitava temeva che potesse scappare. Invece l’avvocato difensore Noris Bucchi, pur non volendo entrare nel merito dell’ordinanza, ritiene la decisione del gip Ghini «ineccepibile dal punto di vista tecnico».

Poi motiva la sua valutazione giuridica: «Dal 2015 il legislatore in materia di misure cautelari ha lanciato un chiaro messaggio: il carcere va applicato esclusivamente come extrema ratio. Prevedendo che il pericolo sociale ad esempio di reiterazione del reato, oltre che concreto sia anche attuale. Quindi per poter applicare il carcere è necessaria la prova in positivo della concretezza e della attualità del pericolo. Non basta una semplice presunzione.

Non da ultimo il legislatore del 2015 ha affermato chiaramente che la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando le altre misure coercitive ed interdittive anche se applicate cumulativamente, risultino inadeguate. Queste le ragioni per le quali, a mio parere, nel caso specifico – conclude – il giudice applicando correttamente le norme ha scelto di non disporre il carcere».