Pedofilo scarcerato a Reggio, il riesame: ''Illogiche le sentenze del giudice Ghini''

di Giuseppe Boi

Il tribunale delle libertà di Bologna ribalta le decisione del gip reggiano che non ha arrestato il 21enne reo confesso di stupro su un 13enne. La sentenza che ordina l'arresto diventerà esecutiva entro dieci giorni salvo ricorso in Cassazione

BASSA REGGIANA. Una sentenza che prende a picconate le ordinanze del giudice Giovanni Ghini. Una decisione che potrebbe non portare in carcere il pedofilo pakistano reo confesso: il suo avvocato, Noris Bucchi, ha dieci giorni di tempo per ricorrere in Cassazione (vedi articolo sotto). Ma quella pronunciata dal tribunale delle libertà di Bologna è una sentenza pesante. Non solo perché riforma le decisioni del giudice reggiano, ordinando il carcere al posto degli arresti domiciliari poi «ulteriormente attenuati», per «sopravvenuta impraticabilità», col divieto di avvicinamento al minore e l'obbligo di firma. Ma anche perché il presidente del tribunale Alberto Albiani e i giudici a latere Mirko Magiocco e Manuela Melloni giudicano le precedenti decisioni del gip Ghini «di difficile comprensione sul piano logico prima ancora che sul piano concreto».

«Ordinanze illogiche». «Illogica», dunque, la decisione del 10 agosto scorso, quando il giudice Ghini non applicò la custodia cautelare in carcere per il 21enne richiedente asilo pakistano che ha ammesso di aver abusato di un ragazzo disabile di 13 anni. «Illogica» anche quella del 18 agosto quando, appurato che nessuno voleva dare ospitalità al pedofilo, lo stesso gip lo ha liberò stabilendo il solo divieto di avvicinamento alla vittima e l’obbligo di firma in caserma, oltre al divieto di espatrio. Il riesame contesta una ad una le valutazioni di Ghini perché «del tutto avulse da quanto effettivamente emergente dagli atti». Così, «in accoglimento dell’appello del pubblico ministero», Maria Rita Pantani, stabilisce che «entrambe le ordinanze devono essere riformate».

«Ha adescato il disabile». Nella prima ordinanza, che stabiliva i domiciliari, il giudice Ghini «nulla osservava sulla condizione di inferiorità fisica e psichica del minore». Facendo questo, secondo i giudici bolognesi, ha «completamente omesso di confrontarsi con l’ulteriore aspetto della contestazione del pubblico ministero». E questo nonostante lo «status di inferiorità psicofisica» del minore sia «stata ammessa dallo stesso indagato in sede di interrogatorio di garanzia». Inoltre il tribunale delle libertà sottolinea come l’abuso non sia «avvenuto in un incontro occasionale tra l'indagato e la persona offesa, bensì a seguito di una frequentazione già articolatasi in precedenti incontri, nel corso dei quali aveva ben potuto rendersi conto delle condizioni del ragazzino». Il presidente Albiani sottolinea come «le stesse modalità utilizzate per adescare il minore, consistite nell’offrirgli la possibilità di utilizzare una bicicletta, (...) evidenziano non solo la consapevolezza da parte dell'indagato della condizione di inferiorità del minore ma altresì l'avvenuto abuso della stessa».

«Può abusare di altri bimbi». C’è anche un altro particolare a cui Ghini, secondo i giudici bolognesi, non ha dato il giusto rilievo, ossia «la sussistenza in capo all'indagato di un gravissimo e concreto pericolo di reiterazione criminosa specifica». Il 21enne pakistano ha infatti ammesso a un suo coinquilino di essere «fuggito dal Pakistan per approdare prima in Turchia e poi in Italia, temendo di essere ucciso per essersi reso responsabile di violenza sessuale nei confronti del figlio tredicenne di una cugina e per avere tentato di fare altrettanto nei confronti di un’altra cugina tredicenne».

«C’è il pericolo di fuga». A queste considerazioni il riesame ne aggiunge un’altra. Al contrario di quanto giudicato dal gip reggiano, sussisterebbe il pericolo di fuga: «La posizione dell’imputato in Italia non è affatto consolidata, né in diritto né concretamente, non avendo egli riferimenti né personali né lavorativi e avendo confidato al coinquilino, dopo il fatto, che sarebbe scappato all’estero, in Germania o in altri posti lontani, nel caso in cui la situazione per lui peggiorasse». Inoltre, si legge nell’ordinanza bolognese, «quanto all'adeguato inserimento sociale dell'indagato, valorizzato ai fini della concessione degli arresti domiciliari con la prima ordinanza, le osservazioni svolte sul punto dal gip hanno trovato netta smentita: (...) il soggetto è privo di qualsivoglia riferimento personale, famigliare e lavorativo, peraltro è ormai del tutto isolato e “ripudiato" dalla comunità pakistana».

«Non si è pentito». Ma lo “schiaffo” più pesante arriva sullo «straordinario senso di autodisciplina» che, secondo il giudice Ghini, il pakistano avrebbe dimostrato dopo l’abuso. Secondo il gip reggiano il 21enne «si sarebbe sostanzialmente posto da solo agli arresti domiciliari, evitando di uscire di casa». Un fatto che per il riesame è «del tutto avulse da quanto effettivamente emerge dagli atti». Il tribunale di Bologna sottolinea come abbia ammesso lo stupro perché «non poteva negare l’evidenza». Inoltre «che la scelta dell'indagato di contenere le proprie uscite, ben lungi dall'essere frutto di autodisciplina e di ravvedimento, è connessa al timore della reazione della comunità pakistana».

«È pericoloso, serve il carcere». Alla luce di tutto questo il tribunale del riesame sottolinea che «l’indagato è persona oltremodo pericolosa». E per questo, riqualificato il reato ai sensi degli articoli 609 bis e ter del codice penale, ha stabilito la misura cautelare della custodia in carcere. Arresto che, se non verrà presentato ricorso e se il pakistano non si darà alla latitanza, non avverrà prima di dieci giorni dalla notifica della sentenza.

©RIPRODUZIONE RISERVATA