«Se vuoi il lavoro, niente figli per tre anni»

di Ambra Prati

Reggio Emilia, l’indignazione di una trentenne, sposata e senza prole: «Al colloquio discriminata e umiliata solo perché donna fertile»

REGGIO EMILIA. «Sa, signora, a me piacciono i bambini, credo che siano sempre una benedizione. Tuttavia, se decidessimo di assumerla, lei dovrebbe assicurarmi di non cercare figli almeno fino al 2020». Questa formula ipocrita – che, tradotta, pone l’equazione niente figli se vuoi il posto di lavoro – ha fatto terminare in pochi secondi il colloquio di una giovane reggiana che, sdegnata per la richiesta del titolare dell’azienda che offriva un ruolo impiegatizio, si è alzata e ha preso la borsetta: «Se questa dovesse essere una condizione per passare alla fase successiva della selezione, può anche non tenermi in considerazione», ha chiuso l’aspirante dipendente.

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È la stessa protagonista, una reggiana di 30 anni, coniugata e senza figli, a segnalarci l’episodio, sdegnata e arrabbiata. Sarà che Cinzia – il nome è di fantasia, poiché la 30enne è già occupata e preferisce mantenere l’anonimato proprio perché l’attuale datore non sa che sta cercando un’altra occupazione migliorativa – è una fresca sposa: il matrimonio è avvenuto un anno fa e nei suoi sogni, ebbene sì, ci sono anche i figli, «anche se non nell’immediato».

Tuttavia Cinzia sostiene che non si tratta di essere punta nel vivo in un momento di progetti personali importanti: «Ho sempre pensato che fare figli potesse essere un handicap sul lavoro, sono consapevole di come gira il mondo. E capisco che per un imprenditore sia fondamentale avere dipendenti fedeli e non problematici. Capisco tutto, ma non tollero di venir messa in secondo piano perché donna».

È la prima volta che le capita: «Dal mio primo lavoro, a 19 anni, e in tanti colloqui successivi, nessuno mi ha mai fatto una richiesta del genere, che mi stupisce nel 2017. Mia zia mi racconta di quando doveva firmare le dimissioni in bianco nel caso in cui fosse in stato interessante: pensavo che quell’epoca fosse superata».



La trentenne precisa che si è trattato di un colloquio conoscitivo: il titolare dell’azienda del settore commercio non le ha chiesto di firmare nulla, anche perché lei si è “autoesclusa” prima di arrivare a quella fase di selezione. «Non ho intenzione di adire a vie legali o causare guai all’azienda, ma resta l’indignazione. Resta il fatto che quella richiesta in sé è scorretta».

Anche perché, prosegue Cinzia, «è ovvio che io sono nelle condizioni di rifiutare perché uno stipendio ce l’ho, ma quante disoccupate accetterebbero qualsiasi cosa pur di lavorare? Quante donne direbbero di sì, solo perché hanno già dei figli o vogliono restare senza prole o hanno un’età matura e la questione non le riguarda? E anche se avessi accettato, esiste l’imprevisto: se una collega rimanesse incinta nel 2020 cosa farei, slitterei al 2023?».

Ipotesi fantascientifiche non molto lontane dal vissuto quotidiano di tante reggiane. In conclusione «mi sono sentita denigrata, discriminata e umiliata solo perché ho delle ovaie funzionanti. Mi chiedo con che coraggio questo signore si addormenterà questa notte di fianco a sua moglie? Se questa frase, per lui innocente e dovuta, fosse stata fatta a sua figlia? Come avrebbe spiegato alla figlia di essere inadatta al lavoro perché donna fertile?».

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