Niente registratore, l’omicida non parla

A causa della mancanza del sistema tecnico in aula, ieri è saltato l’esame in tribunale dell’uomo che ha ucciso il fratello

BIBBIANO. L’avvocato difensore chiede l’esame dell’imputato per l’omicidio del Ghiardo, ma non c’è la fonoregistrazione disponibile in aula, e l’udienza-fiume si trasforma in un’udienza lampo. Bloccata la deposizione e la discussione, viene rinviato tutto alla prossima settimana, nonostante la presenza dell’imputato – portato in tribunale dalla polizia penitenziaria – e dei famigliari che attendono la sentenza in abbreviato.

Tutta colpa dell’inghippo tecnico – la mancanza del registratore funzionante – sulla base del quale il giudice dell’udienza preliminare Stefania Di Rienzo si è vista costretta a rinviare il tutto a una nuova udienza. L’imputato voleva parlare, come annunciato dall’avvocato difensore Federico De Belvis, che stava per dare la parola all’uomo che ha ucciso il fratello a sprangate dopo aver scoperto che la vittima avrebbe tenuto per sé parte dei proventi derivanti dalla vendita di terreni cointestati in India. Un movente economico, quindi, già confessato durante gli interrogatori e oggetto di scuse ai famigliari, presenti ieri in aula assieme all’imputato scortato dagli agenti.

La vittima, Lakhvir Singh, cittadino indiano di 42 anni, è stato ucciso un anno fa in una casa al Ghiardo. L’assassino, il fratello Major Singh, è comparso ieri davanti al gup Stefania Di Rienzo dopo la richiesta del giudizio abbreviato in seguito alle rivelazioni venuta a galla dall’interrogatorio dello stesso Singh. Secondo la tesi difensiva, l’imputato non avrebbe agito con premeditazione. La vittima da tempo si era trasferita a Londra con la moglie e la famiglia, alla quale è stata accolta la richiesta di costituzione di parte civile (madre e due figli minorenni presenti ieri), rappresentati dall’avvocato Angelo Russo. Lakhvir Singh era tornato a Bibbiano per prendere il padre infermo e portarlo con sé a vivere in Inghilterra, dove avrebbe anche comprato una casa. «Non ho premeditato l’omicidio, ho agito d’impulso, e l’arma che mi ha visto costruire il testimone nell’azienda agricola non c’entra con il delitto, perché è ancora sotto il mio letto. Quella con cui ho ucciso l’hanno trovata subito i carabinieri», è stata la dichiarazione già messa agli atti da parte di Major Singh, garzone 38enne che lavorava al caseificio Scalabrini. Un delitto che avvenne nell’abitazione di via Madonna di Gavasseto 1, ancora sotto sequestro e dove gli inquirenti coordinati dal pm Giulia Stignani hanno effettivamente trovato, ore dopo l’omicidio, l’altra arma (un tubo metallico di circa un metro con annesso un morsetto che stringe una lama di una ventina di centimetri) indicata dal garzone nell’interrogatorio, che non è quella del delitto.

Enrico Lorenzo Tidona

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