La montagna reggiana perde il punto nascite

di Giuseppe Boi

Castelnovo Monti, il ministero della Sanità non dà la deroga all'ospedale Sant'Anna. Salvo il presidio di Scandiano

CASTELNOVO MONTI. Nelle carte d’identità dei nuovi nati della montagna reggiana non ci sarà più scritto “nato a Castelnovo Monti”. Il ministero della salute ha rigettato la proroga chiesta per tenere in vita il punto nascite dell’ospedale Sant’Anna. Troppo pochi i 153 parti nel 2016 (159 nel 2015) per mantenere in vita il reparto di ostetricia, il tutto nonostante la mobilitazione della montagna reggiana.

Battaglia persa, dunque, per le mamme, per i comitati e per i sindaci del territorio postisi, a dirla tutta, a difesa di un presidio che, studi scientifici alla mano, non poteva garantire gli standard di sicurezza medica e, alla lunga, anche di sostenibilità economica. Hanno vinto, invece, i medici, che hanno sempre detto no ai piccoli punti nascita. Ma tra i vincitori, spiace dirlo, va annoverata anche la Regione, che sembra non aver avuto la forza di prendere una decisione già scritta.

La giunta Bonaccini ha sì presentato la richiesta di deroga, ma il ministro Lorenzin ha preso la sua decisione in base ai risultati della commissione regionale tecnico consultiva sul “Percorso nascita”. E questa, già da subito, aveva chiesto la chiusura di ostetricia nell’ospedale Sant’Anna.

Il peso di quella relazione è evidente: il ministero della salute la ha rispettata alla lettera. La commissione chiedeva la deroga per i punti nascite di Scandiano, dove soltanto nell’ultimo anno (e per la prima volta) il numero di parti è stato di poco inferiore a 500 l’anno (490), e per Pavullo e Mirandola, dove negli anni precedenti al terremoto le nascite erano superiori ai 500. L’organo consultivo chiedeva invece di sospendere il servizio nelle altre tre strutture: Pavullo nel Frignano, Borgo Val di Taro e Castelnovo Monti.

Così è stato, senza se e senza ma. I battenti del punto nascita castelnovese chiudono per sempre. Non sembrano infatti esserci margini di manovra. E a confermarlo è lo stesso assessore alla sanità Sergio Venturi: «Adesso occorre attenersi a questa decisione con la massima serenità possibile. Consapevoli che la sicurezza, quando si parla di sanità, deve sempre venire al primo posto».

«Non abbiamo voluto risparmiare ed eravamo pronti a dotare le strutture del personale necessario a garantire gli standard di sicurezza», aggiunge Venturi quasi giustificandosi (vedi articolo sotto). Ma alla fine ciò che conta non sono i propositi, ma i numeri. E questa vicenda è tutta una questione di cifre che bocciano l’ospedale montano e quelli di Borgo Val di Taro (Parma) e Pavullo nel Frignano (Modena).

Fermo restando che in discussione è solo il parto e non tutto ciò che attiene a gravidanza, puerperio e permanenza dei reparti, che comunque continueranno a essere confermati nelle sedi attuali, i dati sono purtroppo chiari. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’accordo Stato-Regioni del 2010 fissano in almeno 1.000 nascite all’anno il parametro standard per il mantenimento dei punti nascita e in 500 parti la soglia minima definita di sicurezza. Nel 2016 il punto nascita di Borgo Val di Taro ha registrato 124 parti (nel 2015 erano 157), con una percentuale di tagli cesarei del 35,2% (la più alta di tutti i punti nascita attivi in regione). Sempre nel 2016, i parti a Pavullo nel Frignano sono stati 196 (261 nel 2015), 13,7% la percentuale dei tagli cesarei. Infine Castelnovo ne’ Monti (Reggio Emilia) che l’anno scorso ha registrato 153 parti (159 nel 2015), con una percentuale cesarei del 29,5%.

Troppo pochi, purtroppo.