Referendum autonomia, il trionfo dei lumbàrd alle porte di Reggio Emilia

di Evaristo Sparvieri

Percentuali che superano il 90% a Viadana, Dosolo, Suzzara e Gonzaga. La partita politica tra Lega e Pd si gioca lungo l’asta del Grande Fiume

REGGIO EMILIA. Nell’Oltrepò l’autonomia referendaria va di moda. E a due passi dal confine reggiano – al netto di un’affluenza che si aggira fra il 23,5% di Suzzara e il 35,01% di Dosolo – il plebiscito è stato bulgaro, in linea con il dato provinciale mantovano, dove il Sì all’autonomia ha ottenuto il 95,74%. È la via lombardo-leghista all’autonomia, così simile ma così diversa da quella emiliana targata Pd, dove il percorso è stato già avviato senza una consultazione dalle mille polemiche e dal grande caos del voto elettronico, ma con un iter legislativo portato da giorni sul tavolo del premier Gentiloni dal presidente, Stefano Bonaccini.

“Uniti siamo tutti, divisi siamo nulla”, sentenziò Prampolini. Ma autonomi? Questioni di confini. Di vicinati o di lontananze, che corrono lungo l’asse di quel Po che abbraccia da un lato le reggiane Brescello, Boretto, Gualtieri, Guastalla e Luzzara, dall’altro le lombarde Viadana e Dosolo, scollinando verso Suzzara e Gonzaga, di qua dal Grande Fiume ma di là dall’egida emiliana. Dalla Lombardia lamentano un residuo fiscale medio di 56 miliardi di euro: si tratta della differenza tra entrate versate da cittadini e imprese lombarde e quanto invece ricevono in servizi e trasferimenti. In Emilia-Romagna non azzardano cifre, ma recenti stime parlavano di una cifra intorno ai 18 miliardi.

Entrate ed uscite in termini di tributi e servizi, insomma, che le Regioni virtuose e autonomiste vorrebbero maggiormente investire nei rispettivi territori di pertinenza, intervenendo attraverso l’articolo 116 della Costituzione su nuove funzioni e ricalcoli vantaggiosi e agendo principalmente sulle spese senza toccare le tasse, se non al ribasso.

È questa la promessa. Ed è questa, in fondo, la partita tutta economica che la Regione è chiamata a giocare con il Governo, dopo aver già individuato anche i settori d’intervento: lavoro, istruzione tecnica e professionale; internazionalizzazione delle imprese, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione; sanità; territorio e rigenerazione urbana, ambiente e infrastrutture. In questo senso, l’Emilia è già un passo avanti, ma al grande tavolo dell’autonomia ora siederanno anche Zaia e Maroni e le loro spinte secessioniste. Un quadro che dalla politica nazionale finisce così per ricadere anche in una dimensione locale, dove l’asta del Po esemplifica al meglio analogie e distanze.

Di là la Lega – che tenta tra l’altro di ricucire la spaccature interne attorno alla sua vocazione originaria, nordica ed indipendentista – di qua il Pd, lungo quell’asta reggiana del Po dove fioccano perplessità sul referendum del Carroccio. «L’esito del referendum era scontato – afferma Andrea Costa, sindaco di Luzzara e segretario provinciale Pd – Lo abbiamo detto subito: per come era posta la domanda, era come chiedere se si vuole bene alla mamma». Per Costa, «il dato dell’affluenza va tenuto in considerazione. In Lombardia non è entusiasmante, ma c’è un’espressione chiara che arriva dai cittadini con cui la politica deve rapportarsi».

Ma come mai è preferibile la via emiliana all’autonomia? «Il referendum lombardo è una grande presa in giro, in primo luogo dei cittadini lombardi che sono andati a votare – attacca Costa – Bonaccini ha fatto un percorso istituzione senza gettare al vento decine di milioni di euro. Quando si chiamano i cittadini a esprimere la propria opinione si dovrebbe capire la responsabilità di quella occasione. Qui sono stati presi in giro sin dall’inizio con un quesito generale e generico che oggi non significa nulla, se non che la Lombardia farà ciò che ha già fatto Bonaccini. Da milanista, rubo una battuta (a Gene Gnocchi, ndr): non so se siano stati più inutili i 60 milioni per il referendum o i 40 per Bonucci».

Un voto che per la Lega nasce anche in funzione anti-Pd. Un’ipotesi che Costa nega, così come il renziassimo sindaco di Boretto, Massimo Gazza: «Il voto lombardo? È stato in primo luogo identitario – commenta – La logica della piccola patria lombarda dall’altra parte del Po è molto più sentita che in Emilia. È una delle ragioni storiche che ha messo in luce per prima la Lega Lombarda. Ma lo spirito unitario deve essere un valore culturale e concettuale prima che politico: una fiscalità differenziata sarebbe una ferita molto forte del sistema unitario dell’Italia. Senza contare che questo referendum comporta per la Lega anche il tentativo di riappropriarsi del tema nordistico accantonato da Salvini, sempre più vicino a movimenti anti-immigrati e populisti».