Porta a porta, i reggiani nuovi ostaggi del Rifiutologo

di Massimo Sesena

Nella guida recapitata da Iren tutte le stranezze e le novità della raccolta differenziata: ma non pagheremo meno

REGGIO EMILIA. Poi, arriva un giorno che la tua vita cambia. Non per un figlio/a, ma per un bidone di plastica. Che ti portano fin davanti a casa. «Lavoriamo per conto di Iren» dicono gli addetti alla consegna dei nuovi contenitori per la raccolta dell’umido e l’indifferenziato, ultimo (?) atto dell’estensione geografica, fisica, persino filosofica del “porta a porta”.


Sarà per quel modo di presentarsi che mi ricorda i Blues Brothers (che erano “in missione per conto di Dio” ma fa niente), sarà perché non mi vogliono far firmare alcun contratto di fornitura con sconti praticamente inesistenti, sarà che oggi ho voglia di salvare il pianeta (ho persino smesso di fumare), così li ascolto come farebbe uno scolaro diligente di fronte alla lezione. «Ecco, vede - mi dice uno degli addetti mentre mi porge il mio nuovo bidone grigio personale dell’indifferenziato - questo è il suo bidone dell’indifferenziato. Ha un codice identificativo che lo fa ricondurre al suo nucleo familiare. Ecco vede questo è un microchip...».

Lo guardo, guardo il mio interlocutore e penso: ci siamo. Finalmente anche a Reggio Emilia è arrivata la tariffa puntuale. Quell’invenzione da premio Nobel per l’economia - la cui ricerca ha fatto eserciti di cadaveri tra i top manager di via Nubi di Magellano - in base alla quale paghi per i rifiuti che produci e magari (ma qui pare ci si addentri nel campo del paranormale) hai pure diritto a uno sconto in bolletta se riesci a differenziare come dio comanda. «Lo dovrà portare sulla via la sera prima del giorno di raccolta, nel vostro caso il giovedì sera, dato che il camion passerà all’alba di ogni venerdì». Una volta sola a settimana? E come faccio? Come faccio a mettere tutto il pattume di una settimana lì dentro?

Temo gli addetti di Iren, anche se portano doni... Chissà perché mi vengono in mente i classici, a quest’ora del mattino, penso mentre l’addetto di Iren mi porge sorridendo una specie di lunario, di quelli, tipo pescatore reggiano che trovano sempre una parete e un chiodo a cui attaccarsi nelle case dei reggiani. Ma questo non è un lunario. È un catalogo. È lì che è spiegato tutto. Persino come si fa a mettere tutto il rusco di una settimana in un bidone grande al massimo come due zaini di scuola messi insieme.

Perché lì, in quel lunario che non è un lunario, ogni nostro scarto trova il suo posto e se non lo trova non esiste, nel senso che soltanto in quel momento diventa davvero e per sempre un rifuto indifferenziato. Si chiama il rifiutologo, quel catalogo che adesso ho tra le mani. Ha una risposta per tutto. E saperlo, potrebbe darti sollievo, ma in realtà non è così. Per niente. Se sfogli quel catalogo, se lo leggi attentamente ti rendi conto che quasi nulla è più come te lo eri figurato. Nemmeno tu che, adesso, dopo qualche minuto passato sul nuovo testo sacro della rifiutologia (ma rifiutology forse suona meglio) sei lì che stai lavando sotto l’acqua (e sotto gli occhi increduli e un po’ allarmati di tua moglie) un vasetto dello yogurt, dopo che hai messo in un angolo del lavabo la stagnola che lo ricopriva e in un altro angolo dello stesso lavabo il foglietto di carta/plastica che separava lo yogurt dalla stagnola.

Del resto, nessuno ti aveva mai detto prima che i tuoi pochi capelli e quelli tinti di tua moglie, una volta nella spazzola si sarebbero dovuti separare per sempre: i tuoi nel bidone dell’organico e gli altri nell’indifferenziato. Senza aspettare la morte. Allo stesso modo, anche se prima credevi di essere già un differenziatore convinto, ecco... Credevi. Le tue certezze crollano come i chili di rifiuti nel biddone grigio. O in quello del vetro e dell’alluminio. Sì, quel campanone verde in cui hai gettato per anni ogni genere di bottiglia (anche quelle con il tappo interno di plastica che invece avresti dovuto estrarre e consegnare al bidone bianco o bianco/giallo) e bomboletta.

Quelle dei deodoranti, hai presente? Hai fatto caso a tutto, persino a quella balla colossale sull’invisibilità degli aloni, ma hai colpevolmente sorvolato sul resto. Ad esempio su quella fiammella nel riquadro che indica la potenziale infiammabilità del contenitore di alluminio. Se la bomboletta di deodorante ha quel simbolo allora non puoi (più) gettarla nel campanone ma devi portarla nel centro di raccolta più vicino. Ora, capite da voi che è abbastanza estremo passare tutti i giorni o quasi al centro di raccolta per consegnare la bomboletta del giorno. Meglio fare un mucchio. Un altro.

E già ti immagini la scena, la tua cucina come un set della serie “Accumulatori seriali” e tua moglie che racconta la vostra storia citando De André: «Da un po’ di tempo era un po’ cambiato...». Alla faccia del cambiato: il rifiutologo sei tu. Ecco quel titolo cos’era: il tuo nuovo avvincente lavoro. E dovresti anche scriverlo su Linkedin. Non si sa mai. Che qualcuno ti proponga un impiego. O ti chiami per un quiz a premi. In compenso, però, ora che hai separato tutto il separabile il tuo bidone grigio è così vuoto che c’è l’eco: «Pagherai di più... di più... più».