Officine Reggiane, una storia che ha attraversato il Novecento

di MICHELE BELLELLI *

In occasione della mostra allo Spazio Gerra, in edicola con la Gazzetta un inserto speciale da 16 pagine

Officine Reggiane, una storia che ha attraversato il Novecento

Nel 1901 il modenese Romano Righi utilizza un finanziamento di 50.000 lire, messo a disposizione dalla Cassa di Risparmio di Reggio, per aprire un piccolo opificio specializzato nella costruzione e riparazione di materiale ferroviario, attività fondamentale per lo sviluppo economico del Paese. Nel 1904 si aggiunge un nuovo socio, l’ingegner Giuseppe Menada, proveniente dalla provincia di Alessandria, che con l’aiuto della Banca Commerciale aumenta il capitale dell’azienda: nascono così le Officine Meccaniche Reggiane.



Una grande opportunità giunge con la Prima guerra mondiale e con l’assegnazione di commesse per la produzione bellica: in poco più di un anno l’azienda cresce vertiginosamente e passa da 1.200 dipendenti a 6.000 (dei quali 1.200 donne), costruendo nuovi capannoni su decine di migliaia di metri quadrati. Nel 1917 la Società Aeronautica Caproni invia alle Reggiane una richiesta di 300 bombardieri Ca.5, ma ne vengono costruiti solamente 5, nessuno dei quali raggiunge il fronte poiché il 23 settembre 1918 sono distrutti negli hangar da una tempesta.



Cessati i contratti militari, negli anni ’20 e ’30 l’azienda sceglie il mercato agricolo, con la produzione di aratri e falciatrici che affiancano treni e locomotive. Come conseguenza della crisi economica, nel 1933 le Reggiane passano sotto controllo pubblico e due anni più tardi vengono acquisite dalla Caproni, che impone una drastica riorganizzazione della produzione.



A partire dal 1936 le migliori risorse economiche e professionali sono destinate ai progetti avio; in pochi anni i dipendenti aumentano da 3.700 a oltre 11.000, la metà dei quali assegnati alle produzioni aeree. Tuttavia la produzione di velivoli non raggiunge significative quantità, infatti in circa 8 anni vengono costruiti 1.260 aerei, inclusi quelli su licenza. La qualità, invece, è fuori discussione: i caccia della serie RE 2000, 2001, 2002, 2003 e 2005 rappresentano le migliori realizzazioni italiane di quel periodo, come testimoniato dalle esportazioni in Ungheria, Svezia e Germania. Dopo l’occupazione tedesca, nel periodo 1943-1945, la fabbrica diviene un obiettivo strategico degli Alleati, che fra il 7 e l’8 gennaio 1944 bombardano l’azienda interrompendone l’attività sino al termine del conflitto.

Le Reggiane sopravvivono a fatica, tra bilanci disastrati, deportazioni di operai, requisizioni di macchinari, trasferimenti forzati dei reparti su ordine dei tedeschi. Il direttore generale Alessio elabora un piano di riconversione per il dopoguerra, prevedendo il decentramento dei reparti, la produzione di aerei civili e altri progetti, come le automobili, ma questa brillante intuizione si scontra con la realtà, e fra il 1949 e il 1951 una lunga vertenza per la salvezza dell’azienda si risolve con un decreto di liquidazione coatta amministrativa: in pratica è il fallimento. Il culmine della vertenza viene raggiunto fra l’ottobre 1950 e quello successivo, quando gli operai occupano la fabbrica nel tentativo di opporsi alle migliaia di licenziamenti chiesti dalla direzione. Per dimostrare che le Reggiane sono ancora utili alla produzione industriale viene costruito il trattore R60, simbolo del connubio fra industria e agricoltura.



Nel 1952 nascono le Nuove Reggiane, che a partire dagli anni ’60 si specializzano nella costruzione di attrezzature portuali, zuccherifici, pastifici e dissalatori ottenendo successi anche all’estero, in particolare ad Haiti, in Iran, Iraq, Pakistan, Unione Sovietica e Venezuela.

Fino agli anni ’80 rimane attivo un piccolo reparto militare per soddisfare commesse in ambito Nato.

Nel 1994 le Reggiane, rimaste sino ad allora sotto il controllo pubblico, vengono acquisite dal Gruppo Fantuzzi. La loro successiva chiusura, nel 2008, comporta l’abbandono dell’area industriale, scelta un secolo prima da Menada e Righi per la loro storica impresa.

* storico