Violenze, all’ospedale di Reggio Emilia una donna al giorno

di Chiara Cabassa

I dati forniti dalla dottoressa Ferrari ieri all'hotel Posta. E la Papa Giovanni XXIII apre un centro per “uomini maltrattanti” 

Da gennaio a settembre sono state 278 le donne vittime di violenza accolte al Pronto soccorso di Reggio Emilia. In media, una al giorno. Senza naturalmente il sommerso, inquantificabile. È una delle cifre fornite ieri mattina all’hotel Posta da Anna Maria Ferrari, direttore del dipartimento Emergenza e Urgenza dell’Ausl tra i relatori del convegno organizzato dal centro sociale Papa Giovanni XXIII sul tema “Chi fa violenza e chi la subisce: conoscere il fenomeno per contrastarlo” in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

A portare i saluti istituzionali Roberta Mori, presidente della commissione Parità e diritti delle persone della Regione e Natalia Maramotti, assessore comunale con delega alle Pari opportunità. «Siamo in cammino – esordisce Roberta Mori – . Si sente il bisogno di fare rete, creare alleanze, allargare il fronte del contrasto e della prevenzione. E il fatto che in questa rete entrino soggetti fino ad oggi competenti in altri ambiti, fa ben sperare. Quanto alla nostra Regione, tra il 2017 e il 2018 possiamo contare su 4 milioni per politiche di contrasto alla violenza. Senza dimenticarci che è dalle scuole che dobbiamo partire». «La violenza sulle donne è un tema sociale – sottolinea Natalia Maramotti – e la nostra città ha una storia lunga di presa in carico del problema. Vent’anni fa apriva la Casa delle Donne e dieci anni fa è nato il tavolo interistituzionale. Reggio ha scelto da subito di costruire relazioni tra istituzioni e associazioni di donne sotto il segno dell’accoglienza».

Roberta Mori parlava di soggetti fino ad oggi competenti in altri ambiti. Come il centro sociale Papa Giovanni XXIII, il cui presidente Matteo Iori ha ieri spiegato le motivazioni di una presenza non più procrastinabile. «Come cooperativa sociale – spiega Iori – riteniamo importante non solo gestire servizi ma anche portare avanti proposte. Senza dimenticare che nelle nostre strutture da un lato gestiamo donne vittime di violenze, dall’altro accogliamo uomini violenti». Da qui la svolta. «Ci siamo resi conto che gli uomini violenti devono essere aiutati anche in altri contesti. Un nostro operatore sta seguendo un corso di formazione al termine del quale apriremo un “centro di ascolto per uomini maltrattanti” aperto a chiunque si renda contro di avere sbagliato».

“Forze dell’ordine e violenza sulle donne: dalla prevenzione alla repressione” il tema trattato da Ignazio Messina, dirigente dell’Anticrimine della questura. «Parlo da tecnico», premette. In realtà Messina offre uno spaccato vissuto e sofferto della realtà reggiana. «Se qualcuno mi chiede com’è la situazione a Reggio – ammette – rispondo che il trend è in ascesa. L’assessore Maramotti ha parlato di affetto e violenza: ecco (e prende in mano una moneta, ndr) sono le due facce. Perché la quasi totalità delle violenze nasce da un rapporto affettivo che a causa di qualche problema, quasi sempre dell’uomo, diventa violento. E parlo di una violenza non necessariamente fisica. La violenza fisica è la punta di un iceberg: prima ci sono la violenza morale, le minacce, l’uso strumentale dei figli, il senso di sudditanza inculcato nella donna. Perché la chiamiamo violenza “sulle” donne? Perché si dà per scontata la superiorità dell’uomo». Tornando alla violenza psicologica, la più subdola, Messina lo dice chiaramente: «Quando c’è un certificato, tutto è più facile. Quello che noi facciamo ogni giorno, oltre agli interventi che passano all’autorità giudiziaria, è un’opera di mediazione. Non a caso, dopo l’ammonimento del questore, l’uomo la smette con l’attività vessatoria. Nell’80% dei casi addirittura non si arriva all’ammonimento. Per fortuna, pur non avendo leggi adeguate, la magistratura le interpreta in maniera estensiva. E il tribunale civile reggiano si distingue per la capacità di anticipare spesso il procedimento penale». E ancora: «Che fare? Parlarne. Ognuno può fare qualcosa: se aiuto una persona ne aiuto cento».

Avevamo iniziato con i dati forniti dalla dottoressa Anna Maria Ferrari che ribadisce il ruolo fondamentale del personale sanitario. «Al Pronto soccorso – afferma – ci troviamo di fronte a uno dei momenti peggiori che una donna può vivere. Ma c’è di più: è questo il momento in cui la donna come l’uomo diventano consapevoli della violenza subìta come di quella agita. Noi ci occupiamo della donna non solo nel momento acuto: esiste da tempo una procedura interna sulla gestione delle vittime e dei loro figli. Poi, nel 2007, è arrivato il protocollo d’intesa del tavolo interistituzionale a cui aderiamo. Gli aspetti clinico-sanitari s’intrecciano con quelli medico-legali: dobbiamo dare alla donna gli strumenti per proseguire, se vuole, in un percorso a latere. Dopo la visita, il colloquio continua in un luogo protetto con un’operatrice, si garantisce l’anonimato e, se serve, la presenza di un mediatore culturale».

E se il Medioevo, ascoltando certe storie, è ancora fra noi, quando a prendere la parola è Laura Mammi, operatrice del centro sociale Papa Giovanni XXIII, si scende all’inferno. “Fra violenza e tratta, storie di donne migranti”: è lei stessa a leggere testimonianze di donne della Nigeria, della Costa d’Avorio e del Camerun. Tra riti voodoo e mutilazioni genitali, non è eccessivo parlare di “violenza come destino” per chi nasce in certi Paesi. «E se – conclude Mammi – si dice che qualsiasi donna che passi dalla Libia deve mettere in conto che potrà subire abusi sessuali, a quale di queste donne possiamo negare l’asilo politico?».