Aemilia, i pentiti devastano il clan

Dai collaboratori di giustizia la svolta nel maxi-processo Tensioni in aula, paure nei detenuti. Il delitto è collegato?

REGGIO EMILIA. L’omicidio del 31enne Francesco Citro è l’inquietante conseguenza di quanto sta avvenendo negli ultimi mesi nell’aula bunker del maxi processo Aemilia? È un’ipotesi, tutt’altro che tenuta in secondo piano dagli investigatori.

Di certo l’avvento – a sorpresa – dei pentiti sul maxi processo sta dando una svolta notevole, ha mandato in frantumi il fronte comune dei non pochi imputati accusati di associazione mafiosa. Chi collabora con la Dda di Bologna (specificatamente i pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi) ha fornito nomi, ruoli, strategie, tipo di affari illeciti di quella che hanno definito come una vera e propria cosca calabrese che per anni ha agito in Emilia – con epicentro nella nostra città – potendo godere di “autonomia” ma in contatto con la casa-madre di Cutro comandata dal boss Nicolino Grande Aracri.

Uno scossone arrivato subito l’anno scorso con la decisione di collaborare di Giuseppe Giglio – l'uomo del «fatturificio» – che ha vuotato il sacco sulla sua carriera criminale, ma anche sui rapporti con i vertici del clan e i suoi affari con tanta parte dell'imprenditoria emiliana, da Reggio a Parma passando per Modena e Mantova. Poi sono sfilati in aula i collaboratori di giustizia ormai “storici” (soprattutto Angelo Salvatore Cortese, sentiti anche Paolo Bellini, Francesco Oliverio, Giuseppe Vrenna), passando per figure mafiose meno datate come Paolo Signifredi (considerato dagli inquirenti il contabile del clan Grande Aracri) e Nicola “Rocco” Femia, cioè il boss condannato all’esito dell’inchiesta Black Monkey (quella delle slot taroccate e delle minacce al giornalista Giovanni Tizian). Ma è nell’ultimo periodo che spuntano due importanti “grimaldelli” per aprire con ancora più efficacia la “scatola” contenente affari illegali e contatti insospettabili della cosca ndranghetistica.

Il 50enne Antonio Valerio è un autentico fiume in piena, per due mesi imperversa dalla località segreta in cui è collegato in videoconferenza con l’aula di Aemilia e dalle sue rivelazioni – considerate attendibili dai pm, fortemente contrastate dagli avvocati difensori – non esce solo la struttura organizzativa del clan («Orizzontale e parallela») e gli affiliati, ma anche la descrizione di una cosca con ramificazioni ben più sviluppate (rispetto alle imputazioni) nell’economia reggiana: in edilizia lavoro nero e caporalato, poi corruzione di funzionari cooperativi, favoritismi nei Comuni (Reggio Emilia e Correggio li tira in ballo per lottizzazioni sospette), riciclaggio (indicate banche e uffici postali). Tutti racconti veri? Lo sapremo in futuro se queste parole a raffica hanno davvero portato a nuove indagini dell’Antimafia, al momento però una prima pietra è stata gettata tramite le dichiarazioni di Valerio con l’inchiesta su due omicidi del 1992 (vennero freddati Nicola Ruggiero in città e Giuseppe Ruggiero a Brescello) che ha portato a tre arresti (sono complessivamente sei gli indagati).

Palpabile il clima elettrico che pian piano è montato in aula in questi due mesi di rivelazioni targate Valerio e la situazione non è certo migliorata quando si è affacciato il pentimento di Salvatore Muto, braccio destro del boss Francesco Lamanna. Sta parlando da due udienze: preciso, pacato, chiaro nell’esposizione, con sullo sfondo pure l’ennesima inchiesta, con alla base le rivelazioni del pentito Giglio che vanno all’incasso mettendo nel mirino due figure non indifferenti del maxi processo come Gianluigi Sarcone e Sergio Bolognino (oltre ad altre persone, fra cui alcune guardie carcerarie) sul versante botte e traffici illegali (droga, telefonini) in carcere. Un “vento” impetuoso che scuote veri big come Nicolino Sarcone (indicato dai pentiti come il capoclan a Reggio Emilia, già pesantemente condannato nell’appello di Aemilia) che per la prima volta nella sua carriera criminale parla alla Dda riempiendo due verbali (ma non viene creduto e la sua collaborazione salta). Fa molto pensare anche il comportamento di suo fratello Gianluigi Sarcone, considerato la “mente economica” della famiglia che ha voluto l’isolamento in carcere, dicendo di temere per sè, la sua famiglia, i suoi avvocati e non vuole essere più strumentalizzato. Di cosa ha paura Sarcone? Di qualcosa che sta accadendo all’esterno negli ambienti ’ndranghetistici? A detta del pentito Muto anche il capo supremo Nicolino Grande Aracri – condannato pesantemente in più processi – è stato scaricato, come avrebbe consigliato lo stesso Gianluigi Sarcone agli altri detenuti di Aemilia («Quello là ha già gli anni di galera, uno in più o uno in meno...»). Sono segnali che è “saltato il banco” e che chi innervava la cosca cutrese in Emilia è completamente in rotta o si tratta semplicemente di un cambio di strategia difensiva ancora tutto da esplorare?

Difficile dare una risposta nell’immediato, restano i visi sempre più tirati nelle gabbie, la tensione che si taglia con il coltello nell’aula di un processo spaventoso, ormai vicino ai due anni di udienze.(t.s.)

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