«Perché quella bestia è ancora libera?»

di Elisa Pederzoli

Parla il padre di Aldi Shpijati, ancora in gravi condizioni: «È intervenuto per difendere un amico. Vogliamo giustizia»

SCANDIANO. «Ci siamo rimasti male quando abbiamo saputo che quella bestia, dopo quel gesto, è ancora libera. Ho un grande rispetto per l’Italia, però certe leggi sono da rivedere».

Tonino Shpijati parla con un filo di voce fuori dal reparto di Rianimazione dell’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, dove dall’alba di domenica è ricoverato suo figlio Aldi di 22 anni, accoltellato dopo una serata con gli amici per quello che – secondo i primi accertamenti – sembra essere stato solo un banale diverbio con altre due persone. Che attualmente sono state denunciate a piede libero. Con la moglie Lucia non si allontana di un centimetro da quella sala. Restano lì, i genitori, abbracciati da amici e parenti, mentre il figlio, dopo aver subito già due interventi chirurgici, resta ricoverato in prognosi riservata.

«Quando domenica mattina siamo corsi qui e i medici ci hanno detto che aveva poche speranze – confida il padre – non potete capire che dolore...». Ora però che si stanno registrando segni di miglioramento e che i genitori hanno potuto vedere il figlio, anche solo per qualche minuto, inizia a farsi spazio anche la voglia di sapere.

Tonino Shpijati – operaio metalmeccanico in Italia da 20 anni, da 10 con a fianco anche la moglie e i tre figli – misura le parole una a una. «No, non voglio che mi riprendiate in volto – ci dice –. Abbiamo paura. Loro sanno chi siamo, noi non sappiamo nulla di loro. Può succedere di tutto». Però, vuole raccontare quello che sa sull’aggressione subita dal figlio domenica verso le 4.30 nei pressi della stazione di Scandiano.

«Lo abbiamo aspettato a casa tutta la notte, lo abbiamo chiamato sul cellulare, ma non rispondeva. Poi, per fortuna, mia moglie Lucia aveva il numero di un amico e lo ha chiamato. Ci ha detto che Aldi era in fin di vita per aver subito delle coltellate. Eravamo scioccati. Abbiamo preso l’auto e siamo venuti qui», racconta il padre.

Ma cosa è successo quella notte? «Non c’eravamo, non lo possiamo sapere – ammette –. Quello che sappiamo ce lo hanno raccontato alcuni amici che sono venuti qui. Ci hanno detto che Aldi è intervenuto per difendere un altro ragazzo preso di mira da quei due, voleva riportare la calma. Sono iniziate le botte: mio figlio avrebbe potuto andarsene, e invece si è preso tre coltellate per un gesto eroico. Questo mi hanno detto».

Coltellate che lo hanno raggiunto allo stomaco e al polmone. «Mio figlio ora è debole. Ci ha detto poche cose; ha detto di essersi visto lo stomaco aperto e pieno di sangue, dopo quei fendenti».

Tra il dolore e la preoccupazione, si fa spazio la voglia di capire. «Vogliamo giustizia. Cose del genere non devono accadere mai più. Posso capire le botte, ma non posso perdonare chi tira fuori un coltello», dichiara sicuro il padre del ragazzo.

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