Volente, nolente e silente

di dalla prima

Da ministro a semplice deputato. Il Pd pensa a Delrio dopo il crollo elettorale

Decide di non parlare il ministro uscente, Graziano Delrio, il cui nome circola con insistenza per guidare il Pd nazionale dopo le dimissioni in differita del segretario, Matteo Renzi. Renziano con diritto di critica. È questo il profilo che Delrio si è tracciato in questi ultimi anni, dopo essere salito fra i primi sul carro dell’allora sindaco di Firenze in ascesa, salvo poi distanziarsene gradualmente, volente o nolente.

E ora soprattutto silente – proprio mentre volano gli stracci contro il segretario Matteo – affidando solo ad un sintetico post su Facebook il ringraziamento ai 44.672 elettori che lo hanno votato, facendogli toccare il 35,9%. Poi basta.

Da Reggio, chi lo conosce dubita che possa accettare il ruolo di traghettatore dem fino al congresso. Né credono abbia intenzione di candidarsi a guidare quel che resta del Pd. Ammesso che ne resti qualcosa. Di certo la partita è tutta romana. Ma le carte, come avviene da qualche tempo, si smazzano anche dalle parti di Reggio, cuore di quell’Emilia un tempo tutta rossa, ora ingiallita dal trionfo a 5 Stelle e rinverdita da folate leghiste.

Ed è proprio tra Reggio e Roma che Delrio potrebbe essere tirato per la giacchetta. Chi punta su di lui, al contrario di Renzi ne tesse le lodi da campione di diplomazia, fra i pochi con qualche possibilità di ricucire il tessuto di un partito completamente lacerato.

Un’arte che potrebbe far comodo anche dopo il congresso, quando Renzi sarà un semplice senatore, ma con una pattuglia di parlamentari – fino a quando fedeli? – che gli consentirebbe di avere in mano ancora molte carte da giocare, da dietro le quinte di Palazzo Madama. Ma una dote che potrebbe far comodo per ogni scenario. Soprattutto se, di fronte ad una prospettiva di ingovernabilità, il capo dello Stato, Sergio Mattarella – intimo amico del reggiano Pierluigi Castagnetti – deciderà di intraprendere la strada di un governo di scopo per fare una nuova legge elettorale.

Alleanze che Renzi ripudia, soprattutto con M5s e Lega. È per questo che avrebbe rimandato le dimissioni alla fase successiva alla nascita di un governo, lacerando ulteriormente un partito già a pezzi. Ma che un Pd derenzizzato potrebbe anche decidere di provare – M5s e Lega permettendo – magari sfogliando quella Margherita che, dopo aver perso la linfa di Franceschini, troverebbe proprio nell’ex sindaco di Reggio il petalo più rappresentativo. Renziano con diritto di critica. Per ora in silenzio. Che, in politica, può valere più di tante parole. Ma, come accade anche in politica, chi entra da Papa in conclave ne esce poi spesso cardinale. O al massimo presidente della Camera. Per di più di minoranza. Sempre ammesso che si formi un Governo.