Cassani: «Zhupa e Maestri hanno un grande futuro»

di Luigi Vinceti

Ciclismo, il dt della nazionale alla serata del Panathlon elogia i due atleti «Bruno Reverberi rimane uno dei pochi in grado di far crescere giovani talenti»

REGGIO EMILIA. Il prossimo anno il Giro ciclistico d’Italia dei professionisti non passerà da Reggio (chissà se nel 2019) ma potrebbe arrivare quello degli Under 23. La data che si ipotizza è il 10 di giugno.

Che valore hanno i nostri due corridori di casa nostra Mirco Maestri ed Eugert Zupha? Che ruolo avranno le bici elettriche nella pratica di questo sport?

Sono alcuni dei tanti temi affrontati nella bella serata organizzata dal Panathlon cittadino che ha avuto come ospite il dt della nazionale italiana Davide Cassani.

Presentato dal presidente Roberto Rabitti e intervistato dal giornalista Mattia Mariani il selezionatore della nazionale di ciclismo ha ripercorso il proprio cammino e raccontato scampoli inediti di una carriera che, all’età di 56 anni, lo ha già portato a percorrere in bici 800 mila chilometri.

Una passione nata a 14 anni dopo la vittoria di Adorni nel Giro d’Italia e maturata grazie all’irripetibile ruolo del talent scout reggiano Bruno Reverberi. Questi era ovviamente presente al tavolo delle autorità (dove erano sedute Prefetto e Questore) e con lui altri noti pedalatori (come Pietro Partesotti) e promotori di questa disciplina (in prima linea Giorgio Cimurri).

Naturalmente si è parlato di Nibali, Aru e Moscon speranze della nazionale, dell’evoluzione di uno sport che attrae milioni di appassionati; ricordati Scarponi e De Zan

E i nostri due giovani promettenti campioni in erba?

«Maestri - parole di Cassani - è bravissimo perché non ha paura di andare all’attacco, riuscendo a stare anche tanti chilometri in fuga da solo e sono convinto che farà meglio da professionista che da dilettante. Ovviamente ha ancora tanti margini di miglioramento e ora è pronto per il salto di categoria».

E Zupha? Che tipo di corridore è?

«È albanese solo di cognome, è un altro che si dà parecchio da fare e l’origine non conta; di sicuro l’aria di Reggio gli fa bene; sono convinto che nei prossimi anni sentiremo parlare molto di lui nelle corse a tappe».

Reverberi può riuscire a sfornare altri nuovi talenti?

«È uno dei pochi veri “allevatori” di giovani rimasti. L’ho conosciuto nel 1981 e debbo a lui la mia professione e non a caso, anche se romagnolo, ho imparato un po’ di dialetto reggiano. È stato con lui che ho iniziato la mia carriera sulla bicicletta, carriera che mi ha portato ora a guidare l’Italia delle due ruote a pedale».

Di cosa ha bisogno il ciclismo?

«Di corse a tappe, di restare vicino alla gente, di percorrere le nostre strade».

Ma se non si pedala più e ci si serve - qualcuno ci prova anche fra i professionisti - delle bici elettriche?

«La bicicletta, quale che sia, ci fa ritornare bambini, ci riporta ai vecchi tempi e può servire ad avvicinare nuovi adepti. È una bella ad esempio anche quella fatta dal Tour de France per la prossima edizione, dove la manifestazione avrà un percorso su una trentina di chilometri di pavè. Per il professionismo ci sono intanto tante tecnologie che ci aiutano a smascherare coloro che fanno un uso illecito dei materiali per gareggiare, come ad esempio delle biciclette elettriche. Con il trascorrere del tempo il ciclismo è cambiato e questo è certamente innegabile, ma vincere alla fine è sempre colui che riesce a mettere insieme un buon mix di abilità e fortuna; quando ci si riesce è fantastico».

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