pittura

Una Bassa color arcobaleno nelle opere di Bruno Rovesti

di Martina Riccò

Da sabato 3 settembre a Palazzo Bentivoglio la prima antologica sul pittore contadino

GUALTIERI (Reggio Emilia)  Un miracolo nella nebbia della Bassa. Un uomo che si è scoperto pittore per caso, durante una convalescenza in ospedale. Un artista autodidatta in grado di “far belli di colore” tutti i difetti dell’uomo e della natura.

Questo è Bruno Rovesti.

E l’esposizione che s’inaugura oggi a Palazzo Bentivoglio – la prima antologica sul pittore gualtierese – lo dimostra a colpi di tele. Sessanta, per l’esattezza, che si susseguono senza sosta nell’ampio Salone dei giganti. Qui, tetti talmente rossi da sembrare umidi di rugiada. Lì, una strada arcobaleno che porta a scalare Dolomiti caleidoscopiche. E poi ancora tronchi neri, alberi rosa di foglie autunnali, cespugli così verdi da essere profumati.

«Un colorista eccezionale», secondo il critico d’arte Sergio Negri, che con il suo valore cromatico conquistò in un batter d’occhio – è il caso di dirlo – anche Renato Mazzacurati.

Bruno Rovesti, nato nel 1907, inizia a dipingere solo nel 1948. L’occasione arriva “grazie” a una ferita al polmone e alla tubercolosi, retaggio della guerra appena combattuta. Nel sanatorio di Castelnovo Monti, tra cure e noia, impugna un pennello e riporta su tela il paesaggio visto dalla finestra. Più o meno. Per tutta la sua vita da pittore, infatti, Rovesti rappresenterà la realtà, ma rivisitata. Come sottoposta alla logica dei sogni. Nell’opera “Castelnovo Monti” del 1949 – quella da cui tutto ebbe inizio dato che folgorò Mazzacurati e procurò all’artista la sua prima mostra a Roma – case, chiese, ponti, strade, fontane, gradini, animali e uomini sono come tante colorate figurine incollate sul profilo di una montagna piegata dal peso degli alberi. La prospettiva e il senso della proporzione non esistono, ma la tela è tutt’altro che schiacciata e bidimensionale. Ci pensano il colore e la dovizia di particolari (le foglie seghettate di piante di castagno, gli scuri e i telai delle finestre, i cappelli con la piuma leggera degli uomini, il meccanismo a pompa delle fontane) a renderla viva.

E così sarà sempre. Il critico Alfredo Gianolio – che Rovesti l’ha conosciuto e frequentato – dice infatti che «la sua caratteristica fondamentale è di essersi mantenuto uguale a se stesso fino alla fine». Ed è per questo che gli esperti sono d’accordo nel definirlo pittore naïf. «Rovesti è un artista ingenuo e sincero – spiega Sandro Parmiggiani, curatore della mostra – che rielabora sulla tela ciò che ha vissuto e sognato durante la notte. L’importante, però, è che questa etichetta (che contrariamente a quanto accade con Ligabue, in questo caso cade a pennello), non finisca per isolarlo. Rovesti merita di stare dentro alla storia generale dell’arte italiana del dopo guerra, e non di rimanere chiuso nella prigione del naïf».

Obiettivo dell’esposizione, infatti, è quello di rendere giustizia al pittore contadino che i gualtieresi ricordano in sella a una bicicletta da donna, «narcisista ed eterno bambino», come riferisce la nipote Rossana Gombia, ma che ha saputo dipingere la Bassa come nessun altro mai. I mestieri e i gesti della tradizione contadina riempiono le opere di Rovesti procurandosi una sicurezza di immortalità. In “Macellazione clandestina” l’antica arte dei norcini è registrata con una precisione quasi maniacale: il maiale squarciato è appeso a testa giù grazie a un sistema di carrucole, il sangue scende copioso immondando la notte nel bosco, il boia – abbandonati gli attrezzi del mestiere ma con mani da Lady Macbeth – cerca un nascondiglio dietro un tronco bitorzoluto. Con la stessa attenzione, quasi a non volerli dimenticare, ecco spuntare negli altri quadri pescatori, boscaioli, agricoltori.

Ma quando la realtà sembra troppo pregnante – tra venature di foglie, magrezza di buoi e polline dei fiori – ecco che una donna più grande della foresta (accade per esempio in “Paesaggio brasiliano con donna”) o una freccia scoccata da chissà chi in bilico nel cielo della tela (“Paesaggio africano”) arrivano a scardinare la nostra sicurezza. «Credo che le opere di mio nonno abbiano anche un valore educativo – spiega la nipote Rossana – perché ci ricordano che se trascuriamo la nostre parte più creativa e fantasiosa, quella tipica dei bambini, diventiamo incompleti».

Qui non si vuole fare una gara con Antonio Ligabue – e ci mancherebbe – ma dare a entrambi un posto d’onore nella storia. Il “pittore espressionista tragico” (Ligabue) e il naïf (Rovesti), convivranno infatti fianco a fianco fino al 13 novembre. Come mai prima d’ora era successo.

MOSTRA FINO AL 13 NOVEMBRE  L’esposizione “Bruno Rovesti. Pittore contadino celebre” si apre oggi a Palazzo Bentivoglio e proseguirà fino al 13 novembre. La mostra è visitabile il venerdì, (10-13 e 15-19), il sabato, la domenica e i festivi (10-19). Lunedì, martedì, mercoledì e giovedì solo su appuntamento per le scuole e i gruppi organizzati.

Il biglietto intero costa 8 euro; il ridotto 6; gli studenti pagano 4 euro. Per le visite guidate è necessaria la prenotazione. Sono anche previsti laboratori didattici per scuole (bambini dai 4 agli 11 anni). Per informazioni e prenotazioni, telefonare allo 0522-221853 (venerdì 10-13 e15-19; sabato, domenica e festivi 10-19) oppure al 340-4063194 (dal lunedì al venerdì 9-13).