I Fast Animals cantano la felicità a FestaReggio

di Adriano Arati

La band di Aimone Romizi a Reggio Emilia: «Per continuare a vivere un sogno di musica» 

REGGIO EMILIA. Voglia di suonare, chiudere il tour nel migliore dei modi, continuare a vivere «un sogno fatto di musica».

Martedì 12 settembre a Festareggio è in programma uno dei concerti più attesi sul versante rock, quello dei Fast Animals and Slow Kids. La band di Perugia ha fatto uscire a inizio 2017 “Forse non è la felicità”, decisamente uno dei dischi più interessanti del cosiddetto panorama indie italiano.

Il tour seguente, il più lungo sinora affrontato dal gruppo scoperto dagli Zen Circus freschi di concerto a Festareggio, ha raccolto tante presenze e tante buone reazioni.

Di motivi per sorridere ne ha quindi tanti Aimone Romizi, voce, chitarra e principale penna dei Fast Animals and Slow Kids. «Finora è andato tutto molto bene. Ormai siamo alla fine, il bilancio è positivo, tante persone hanno assistito ai nostri concerti», racconta.

Contento dei numeri?

«Non solo dei numeri, anzi. Sono stati concerti intensi, con gente che cantava tutte le canzoni, questo è un passaggio che ti muove tanto dentro, genera parecchie emozioni».

Ormai siete a fine tour. Dopo cosa farete?

«Siamo una band che decide lì per lì, l’idea è quella di fermarci per un po’, rimettere in chiaro le idee. Siamo stanchi dopo questo lunghissimo tour, vogliamo dare tutto in queste ultime date e poi sederci e ragionare».

Qualche idea l’avrete, no?

«Abbiamo già del materiale su cui lavorare e conoscendo i miei polli, l’idea è di fermarsi per lavorare a nuovo disco».

Torniamo ai concerti. Che esibizione vedremo?

«Sul palco siamo in cinque, abbiamo aggiunto un elemento, Daniele Gandoni, che si divide fra tastiere, chitarre, cori».

Perché?

«Perché questo è un disco più complesso, musicalmente parlando. Di solito nei nostri dischi noi suoniamo le nostre cose e dal vivo cerchiamo di risuonarle. In questo caso era difficile, alcune linee non saremmo riuscite a riprodurle noi quattro da soli».

Da qui la novità.

«Sì, Daniele ci aiuta molto, permette di coprire i suoni, ci alterniamo nei ruoli e abbiamo ri-arrangiato col nuovo approccio anche i nostri vecchi brani».

È stato facile, per chi come voi è abituato da sempre a cantare e suonare la chitarra?

«È sempre un po’ difficile quando sei abituato a fare determinate cose per anni. Parlo soprattutto per me, senza chitarra mi sentivo nudo, ma adesso siamo decisamente soddisfatti di come suoniamo dal vivo. Abbiamo arrangiamenti completi, coerenti con il disco».

Ecco, a proposito. Il vostro ultimo album è decisamente quello dallo spettro sonoro più ampio. Concorda?

«È così e questo deve essere. Noi siamo fan delle band che cambiano. Nel nostro caso manteniamo una matrice rock, che ci piace e ci rappresenta».

Però?

«Abbiamo cambiato tante cose, ci sono tempi più lenti, linee vocali più morbide. Abbiamo sempre ascoltato tanta musica e continuiamo a farlo, è un processo di apertura che ci ha portato a questo disco. L’idea è di espandersi, continuare un percorso. Il nostro cammino deve essere sempre una palla che rotola e non si ferma».

Per voi è la fine di un anno speciale, il primo da band “a tempo pieno”. Cosa è cambiato?

«Tutto. Non è stato materialmente così ma per la prima volta potevamo alzarci al mattino e dire “oggi facciamo solo i musicisti”».

Il sogno di ogni band quando si inizia, giusto?

«Sì. E questo cambia tutto. La tua giornata è fatta di musica, il tuo impegno è triplo, puoi e devi suonare, parlare, ascoltare musica. Devi farlo, per raggiungere il tuo sogno di vivere di musica e continuare a farlo. Adesso portiamo avanti quello che deve essere un lavoro e lo facciamo al massimo».

Il sogno è raggiunto. Quante invidie porta con sé, però?

«Nel nostro caso, e basta vedere la nostra produzione, non è un problema. Siamo sempre stati molto liberi e non ci curiamo delle influenze esterne».

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