Mostra e convegno a Gualtieri per i cinquant’anni del Premio dei naïf

La mostra "Collezioni dei naïf" sarà preceduta da un incontro sul naïfismo a Palazzo Bentivoglio 

GUALTIERI. Una mostra e un momento di confronto. Perché l’arte va osservata ma anche discussa.

La lezione di Cesare Zavattini – per il quale la cultura non è mai stata esercizio sterile e individuale ma un dialogo con l’altro, un incontro – si concretizzerà sabato 7 ottobre a Gualtieri. E il motivo non poteva essere più azzeccato: la mostra “Collezione dei naïf del Museo di Luzzara” e l’incontro “Considerazioni sul naïfismo”, infatti, sono stati organizzati a Palazzo Bentivoglio in occasione dei cinquant’anni del Premio dei naïf voluto da Zavattini.

Era la mezzanotte del 31 dicembre del 1967 quando “Za” inaugurò la prima edizione della rassegna che si sarebbe ripetuta ogni anno per oltre 35 anni. Poco dopo a Luzzara ci fu la costituzione del primo e unico Museo nazionale delle arte naïves, che, grazie al premio, negli anni ha raccolto un inestimabile patrimonio. La mostra “Collezione dei naïf del Museo di Luzzara” – che sarà inaugurata sabato pomeriggio e sarà visitabile fino al 12 novembre con questi orari: venerdì, sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 18.30 – presenta una selezione delle opere premiate, o segnalate con particolari menzioni delle giuria, dal 1967 all’ultima edizione del concorso nel 2006.

L’inaugurazione dell’esposizione sarà preceduta, alle 17, dalle “Considerazioni sul naïfismo” dei critici d’arte Alfredo Gianolio e Renzo Margonari, e di Tiziano Soresina, giornalista della Gazzetta di Reggio.

«In quel meraviglioso slancio utopico che lo accompagnò per tutta una vita – spiega Simone Terzi, responsabile delle attività della Fondazione Un Paese che gestisce il Museo di Luzzara – Zavattini avrebbe voluto adoperarsi affinché la cultura giungesse immediatamente a contatto con il maggior numero di uomini. E l’arte naïve gli sembrava quella che più di ogni altra aveva la vocazione per rasserenarci, per spingerci agli abbracci.

Questi autori si ergevano a emblemi di una diversità, di un’alterità culturale ed istintiva che, poggiando su solide basi popolari, divenivano manifestazioni di compartecipazione democratica e di presa di coscienza politica. “Si può dire che sosterremo meglio gli sguardi dei nostri simili quando gli occhi saranno nutriti di comuni immagini. Si può dire che a niente serve la libertà se i suoi fiori splendono in luoghi chiusi, appartati o quasi deserti”, diceva Zavattini». E la Bassa ha imparato la lezione. (m.r.)