Giuseppe Vitale racconta Za «che porta gli occhiali»

di Martina Riccò

Luzzara: il libro illustrato sarà presentato sabato alle 21 al Centro culturale Zavattini «In anteprima mondiale, come avrebbe detto lui per attirare più persone»

LUZZARA. C’è la coppola. Ci sono gli spessi occhiali neri. E poi riferimenti, citazioni e rimandi a uno o più aspetti della vulcanica vita di Cesare Zavattini, che è stato giornalista, scrittore, sceneggiatore, poeta e commediografo.

A raccontarci l’incredibile mondo di Za è “Cesare che porta gli occhiali” di Giuseppe Vitale, un libro originale e complesso – e non avrebbe potuto essere altrimenti – che alla parola unisce il disegno. «Non si tratta di una biografia per immagini ma del mio punto di vista illustrato su Zavattini» spiega l’autore, che è cresciuto in Liguria ma da qualche anno si è trasferito a Barco di Bibbiano.

Com’è nata l’idea di realizzare questo libro?

«Ho scoperto chi era Zavattini grazie a Simone Terzi della Fondazione Un Paese. Sono rimasto colpito dalla sua vita, da tutto quello che ha realizzato, e ho deciso di fare qualcosa affinché anche altri lo conoscessero. Dopo un anno di lavoro e ricerca è nato il libro. Che è rivolto a tutti, adulti e bambini, perché è importante leggere a tutte le età».

Gli adulti riescono a superare il pregiudizio nei confronti del disegno? I libri illustrati sono per i bambini...

«L’illustrazione è un veicolo di informazione in più. La potenza delle immagini, come quella della musica, sta nel fatto di riuscire a ricreare le emozioni permettendo diversi livelli di interpretazione. Parole e immagini sono unite. Io non sono uno scrittore, ma scrivo per immagini».

Nel 2015, sempre per Edizioni Libre, aveva pubblicato “Becco d’aquila”, un libro illustrato su Antonio Ligabue. La tecnica usata è la stessa?

«In entrambi i casi ho raccontato il personaggio attraverso i miei occhi, ma in modo diverso. Il rischio, con Ligabue, era quello di scimmiottare la sua pittura; ma il mio obiettivo era raccontare, non confrontarmi, così ho usato gli acquerelli. “Becco d’aquila” è nato da una serie di bozze che poi ho unito per ricreare la naturalezza espressiva di Ligabue. Con Zavattini sono partito dai suoi scritti. Essendo la sua una tecnica mista, per queste immagini ho usato tutto quello che avevo sulla scrivania: pastelli, pennarelli, colori, bianchetto...».

E per i testi?

«Non ho usato le sue parole ma le mie. Ho scritto il testo dopo aver letto i suoi libri e aver visto i suoi quadri. Ho cercato di non banalizzare, con Zavattini proprio non si poteva fare».

Il libro sarà presentato sabato 21 ottobre alle 21 al Centro culturale Zavattini di Luzzara... in anteprima mondiale. Che significa? Sarà tradotto in altre lingue?

«No (ride, ndr). È una frase che avrebbe usato anche Za per incuriosire la gente e farla partecipare. D’altra parte risponde al vero: in nessun’altra parte del mondo, sabato, sarà presentato questo libro».

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