Zamboni al PalaBigi: ''Pugni chiusi, falce e martello sono oggetti ingombranti''

di Adriano Arati

Il musicista giovedì 7 dicembre al Palasport con “I Soviet + L’Elettricità – Un secolo di Cccp”. ''Reggio è la citta in cui tutto è iniziato, non potevamo non chiudere qui il tour''

REGGIO EMILIA. «Reggio è la città in tutto è cominciato, per noi. Chiudere qui, e in un luogo storico del ritrovarsi come il palasport, è molto bello». Dopo un breve giro d’Italia Massimo Zamboni si prepara al congedo casalingo, inevitabile per tanti versi, dello spettacolo “I Soviet + L’Elettricità – Cento anni di rivoluzione russa. Un secolo di Cccp”. Un allestimento realizzato in questi mesi per l’anniversario della rivoluzione sovietica, ovviamente presentato per la prima volta il 7 novembre, in cui il fondatore dei Cccp e dei Csi è sul palco con Angela Baraldi, Max Collini degli Offlaga Disco Pax e Spartiti, l’ex artista del popolo dei tempi Cccp Fatur, l’ex Ustmamò Simone Filippi, Simone Beneventi, Cristiano Roversi ed Erik Montanari. Giovedì 7 dicembre (ore 21) “I Soviet + L’Elettricità” sarà a Reggio, nell’ambito di Lime Off al palazzetto dello sport di via Guasco, dove nei decenni hanno suonato tante stelle del rock. Un luogo dove lo stesso Zamboni si è formato, musicalmente.

Si torna a Reggio e si chiude il cerchio?

«Almeno per ora, perché poi riprenderemo in primavera. Ma questa ovviamente è una tappa speciale, un ritorno a casa. Perché questa è la città in cui tutto è cominciato, non parlo solo della musica, parlo della storia di tutti noi».

La Reggio cuore rosso del socialismo emiliano?

«C’è sempre stato un collegamento forte con quegli avvenimenti del mondo sovietico, lontanissimo allora più di oggi. Mi sorprende sempre pensare quanto i contadini reggiani di inizio ‘900 fossero così appassionati su accadimenti che si svolgevano a 3000 chilometri».

Non era facile, all’epoca.

«Magari non erano mai andati a Reggio città dalla campagna, allora non ci spostava molto. Cosa li spingeva? Il desiderio di riscatto e liberazione. Ed è vero che questo desiderio è una spinta potente, ma cento anni fa non era facile».

Quella era Reggio?

«Sì. È bello chiudere questo percorso a Reggio e per di più in un luogo storico del ritrovarsi come il palasport. È un luogo del ritrovarsi forse ancora più della piazza. La piazza ha anche un carattere di causalità, ci si passa, al palazzo bisogna andare e ci si andava».

Cosa si ci si trovava?

«Musica, politica, partecipazione, era il cuore di Reggio. Mi piace moltissimo l’idea di riscoprire questo luogo».

Questo discorso vale per lei ma anche per molti spettatori.

«Penso proprio di sì, non ho mai pensato al comizio musicale come a uno sfizio personale, ho cercato invece di addossarmi esigenza collettiva, quella di riflettere su questo secolo di storia che ha attraversato tutti noi».

Per tutti o solo per Reggio?

«Non solo per Reggio ma noi reggiani in particolare ne siamo stati coinvolti. E rifletterci a nome di tutti non può essere istanza personale, questo spettacolo ha senso se ha un dato partecipativo e affettivo molto grande».

L’affetto per quel mondo, quei valori?

«Non vuole dire vivere col paraocchi o parlare di paradiso in terra rovinato dagli uomini. Sarebbe sciocco e banale, vorrebbe dire non aver imparato nulla. Ma non va dimenticato che quel motore degli eventi può ancora riguardarci in maniera forte».

Ancora lì siamo?

«Il mondo è sempre stato diviso in oppressi e oppressori, e non sono categorie immobili ma mutevoli. Non scordiamoci che gli uomini sono nati uguali, non scordiamoci che siamo stati cittadini e stiamo perdendo sempre più questo nostro ruolo di partecipazione e rappresentanza. Siamo sempre più staccati, e sono dati su cui riflettere sulla scorta degli eventi di un secolo fa. Perché questa è la nostra quotidianità e il nostro futuro».

Come è arrivato a questo spettacolo?

«Adesso sono molto contento, ma non è stato facile. Con tempi di realizzazione così ristretti ho dovuto agire per puro istinto, abbiamo dovuto sperare che andasse tutto bene, altrimenti non ce l’avremmo fatto a debuttare. E ora abbiamo avuto reazioni forti, sin commoventi».

Commoventi?

«Nessuno si aspettava una rappresentazione del genere, conteneva molto pericoli di retorica infinita o di eccesso di nostalgia o di fumo negli occhi».

Quale fumo negli occhi?

«I simboli, i pugni chiusi, le bandiere rosse, falce martello. Sono oggetti ingombranti del secolo scorso, non parlano più all’oggi. Probabilmente li abbiamo consumati, per parlarne c’era bisogno di passione e tenerezza da una parte, di molta ferocia dall’altra».

Passione, tenerezza e ferocia. Tutte contenute nelle sue vecchie canzoni.

«C’era il rischio della presunzione e quello dell’incapacità di gestire complessità del mondo che abbiamo suscitato. Tante volte mi sono chiesto perché l’ho fatto, poi però mi sono detto di doverlo fare per rendere sensato un percorso che non aveva senso non mettere alla prova di questo anniversario. Negli anni abbiamo ragionato su quel mondo, su quei simboli, e ora non si poteva non affrontarlo».